Il 2 giugno e la Sardegna dimenticata

La lettera immaginaria di un caduto della "Sassari" dal palco di via dei Fori Imperiali: poche tra le autorità presenti sanno quanto l'isola ha fatto per l'Italia

Dalla tribuna delle autorità in via dei Fori imperiali in Roma - 2 giugno 2018. Mi chiamo Loddo Giovanni. Sono uno dei 13.602 sardi morti nella Grande Guerra. Anch'io ho assistito, non visto, alla sfilata del Centenario della Vittoria. Sono trascorsi cento anni da quel 18 giugno del 1918 quando, sul Piave, fui colpito da una pallottola austriaca che però non mi uccise subito; fu la la cancrena a consumarmi in quattro mesi di ospedale. Avevo 35 anni e durante quella lunga agonia più che il dolore mi fece soffrire il pensiero di mia moglie che mi aspettava a Ortueri, con un bambino da accudire e incinta di Chica, la figlia che non avrei mai visto. Due anni prima Francesco, il mio fratello più piccolo, mi aveva preceduto nell'aldilà, colpito sul Monte Zebio il 27 giugno 1916, a 22 anni, lo stesso giorno in cui cadde il generale Eugenio Di Maria, suo comandante alla Brigata Sassari.

Penso ancora a quel che ha sofferto Angela Cabiddu, mia madre. Come tutti sanno, appena si lascia il mondo dei viventi anche chi, come me, non ha mai conosciuto l'aula di una scuola, diventa padrone di ogni conoscenza. Per questo ho impresse nella memoria le parole pronunciate alla Camera il 16 giugno del '18 dal Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando: «Quando vidi quei valorosi della Brigata Sassari, sentii l'impulso di inginocchiarmi dinanzi a loro... L'Italia ha contratto un grande debito di riconoscenza verso la nobile Isola...». Né potrò dimenticare le parole che il giorno precedente aveva detto, in quella stessa aula, l'onorevole Francesco Saverio Nitti: «La Sardegna è la regione che ha dato il maggior numero di combattenti, che ha il maggior numero di decorati e la minor percentuale di imboscati». Ma già il 7 febbraio di quel tragico anno a Vicenza, all'indomani della riconquista dei "Tre monti", prima vittoria italiana dopo Caporetto, il generale Diaz aveva detto ai soldati della Sassari: «Voi non sapete, e forse non saprete mai, quanto avete fatto per l'Italia».

Le tragiche statistiche del dopoguerra confermarono che la Sardegna aveva avuto 136 Caduti ogni 1000 richiamati, a fronte di una media nazionale di 104 su 1000, e che la "Sassari" era stata l'unica brigata del Regio Esercito a essere decorata con due medaglie d'oro per ciascuno dei suoi reggimenti. Temo che oggi tra i presenti sulla tribuna delle autorità pochi fossero consapevoli di "quanto ha fatto la Sardegna per l'Italia". Non mi spiego altrimenti perché della nostra Brigata si sia detto così poco. Mi sarebbe piaciuto che si fosse ricordato anche uno solo dei nostri Caduti. Mi consola però il fatto che oggi la Sassari sia stata almeno rappresentata, dopo aver corso il rischio del contrario. All'arrivo nel Continente della banda e della compagnia della "Sassari" partite dalla Sardegna dopo qualche indecisione, ho colto alcune battute che mi hanno fatto sorridere. «Ma non potevamo essere sistemati meglio: in 16 per stanza, nel mezzo di un poligono, con brande a castello e senza neanche un armadietto per poggiare qualcosa. Peggio che ai tempi della leva. Mi immagino mio figlio stasera, quando mi chiederà come ci hanno sistemati... oh babbo! In fondo sono solo tredici giorni. Non ti starai rammollendo?» Poi un'altra voce: «Zitto tu, che tuo bisnonno nelle trincee del Carso stava molto peggio». «Hai ragione, anche in Iraq e in Afghanistan ci è capitato di stare scomodi».

Ho delegato al secondogenito di mia figlia Chica la stesura di questi pensieri: mio nipote è l'ortuerese che la sorte ha voluto fosse il 28° Comandante della Brigata Sassari, primo sardo ad aver avuto questo onore. Mi fa piacere che sia stato lui a volere, nel dicembre del 1994, l'inno "Dimonios" che ho sentito cantare dai sassarini che sfilavano. Però rimprovero

a mio nipote che quelle parole non siano in ortuerese, ma lui dice che Luciano Sechi, il capitano di Magomadas cui diede l'incarico di comporre l'inno, gli tenne testa: «Per le parole e la musica di "Dimonios" comando io», e così fu. Perché non sempre comandano i generali... per fortuna!

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