Associazioni all’attacco: cancro al seno, isola indietro

D’Antona: breast unit a rischio. Incontro con l’assessore Arru ma lui dà forfait

SASSARI. Poco o nulla consola il fatto che non sia l’unica: la Sardegna è una delle 8-9 regioni d’Italia ancora inadempienti rispetto alla normativa sulle breast unit. O meglio: nell’isola le strutture destinate al trattamento di pazienti affette da tumore al seno, per ora esistono solo sulla carta o non rispondono agli standard richiesti. A dirlo è l’associazione Europa Donna Italia, riferimento per altre 130 associazioni distribuite nel territorio nazionale, di cui 4 in Sardegna. La presidente Rosanna D’Antona ieri aveva un appuntamento «concordato da una ventina di giorni» con l’assessore regionale alla Sanità Luigi Arru: all’ordine del giorno l’applicazione a metà della normativa (entro il 2016 le breast unit sarebbero dovute essere operative) e il caso Cagliari, dove all’ospedale Oncologico Businco – che fa parte dell’azienda ospedaliera Brotzu – è prevista la nascita di una struttura complessa con l’accorpamento della Chirurgia oncologica e del centro di Senologia «che non sarebbe autonomo come prevede la legge». Rosanna D’Antona all’appuntamento non ha trovato l’assessore Arru ma il suo capo di gabinetto Alfredo Schirru. «Mi è dispiaciuto molto non incontrare l’assessore, avrei voluto parlarci a nome di una associazione che dà voce a circa 140mila pazienti, di cui almeno 1300 in Sardegna, e spiegargli le nostre perplessità rispetto a quanto sta accadendo nell’isola. Mi hanno detto che ha avuto un impegno improvviso, peccato». È stato Schirru a raccogliere tutte le perplessità manifestate dalla presidente di Europa Donna Italia. La fotografia che ne viene fuori, in un’isola in cui 1 donna su 8 si ammala di tumore al seno e ci sono circa 1400 casi nuovi ogni anno, è desolante.

Breast unit a metà. La Sardegna all’interno della riforma della rete ospedaliera (ottobre 2017) ha individuato 3 breast unit: la prima a Cagliari (prevista già dal 2014 come centro di riferimento regionale per la diagnosi e cura del carcinoma mammario), la seconda nell’Azienda ospedaliero-universitaria di Sassari e la terza al San Francesco di Nuoro. Il caso più complicato, dice Rosanna D’Antona, è quello di Cagliari. Che sull’argomento si rivolge all’assessore Arru con una lettera firmata anche da Luigi Cataliotti – presidente di Senonetwork Italia Onlus – e da Mario Taffurelli – presidente Associazione nazionale italiana senologi chirurghi. «Il possibile accorpamento della Chirurgia oncologica e della senologia in un’unica struttura – dice D’Antona – va contro le direttive europee, della Conferenza Stato Regione e non rispetta i requisiti disposti dall’Agenas sulle breast unit: all’interno di una struttura complessa infatti la senologia passerebbe in secondo piano e mancherebbe quella équipe multidisciplinare – composta da oncologo, chirurgo, radiologo ecc – guidata da un coordinatore dedicato. Questo – aggiunge Rosanna D’Antona – comporterebbe l’allungamento dei tempi di attesa per gli interventi (già fuori norma) perché si ridurrebbe di oltre il 50 per cento il numero di ore di sala operatoria disponibili, con conseguente aumento della migrazione sanitaria verso altre regioni. Ecco perché nella lettera inviata all’assessore, il cui contenuto è stato illustrato a voce al capo di gabinetto Schirru, le associazioni chiedono che «sia preservata la funzionalità della breast unit a Cagliari, la più grande dell’isola e centro di riferimento regionale, affidandone la direzione a un chirurgo senologo». Ma i problemi non riguardano solo Cagliari: se a Nuoro si sta lavorando per creare una struttura che rispetti i parametri, a Sassari la situazione è critica perché i tempi d’attesa sono inaccettabili. «Novanta giorni a fronte dei 30 di media nazionale – dice D’Antona –. In seguito a una diagnosi di tumore al seno le donne non aspettano tre mesi per sottoporsi all’intervento ma vanno a curarsi altrove, con aggravio dei costi per la Regione legati anche alle s trutture funzionanti a metà».

Screening insufficiente. C’è anche un altro aspetto, cruciale, che deve essere rivisto. «In Sardegna il programma di scrrening mammografico prevede la chiamata solo per le donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni e soltanto nella percentuale del 58 per cento: tra loro appena il 23 per cento risponde all’appello e si sottopone agli esami. Un dato molto basso – sottolinea Rosanna D’Antona – se raffrontato con la media italiana che si aggira intorno
all’80 per cento». Con l’esclusione di una quota di donne che, a prescindere dall’età, è considerata ad alto rischio per questioni di familiarità o di genetica. Per queste donne la diagnosi precoce è fondamentale, invece il livello di sorveglianza in Sardegna è purtroppo molto basso».

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