L’esercito di ispettori in lotta contro i pirati dell’agroalimentare

I mille casi di raggiri: agnelli, formaggi e anche cinghiali A Sassari e Cagliari gli uffici sardi del dipartimento Mipaaf 

SASSARI. Sono i difensori dell’agroalimentare, gli agenti del mangiare sano, i guardiani del cibo di qualità. Sono gli uomini del meno conosciuto degli organismi di controllo, che pure ha un ruolo fondamentale per l’economia italiana e sarda: si chiama Icqrf, acronimo del ben più lungo Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari. Si tratta di un dipartimento del ministero dell’agricoltura con uffici territoriali in tutte le regioni. In Sardegna sono a Sassari e Cagliari, con 30 organici, di cui 21 sul territorio come ispettori, tutti ufficiali di polizia giudiziaria.

Renzo Moro è il direttore vicario per la Sardegna: «Il controllo parte dall’azienda agricola per estendersi sino alla fine della filiera, quindi a supermercati e ristoranti – spiega – Nell’isola si fanno in media 2200 controlli l’anno. Negli ultimi quattro anni sono stati effettuati sequestri per 3,5 milioni di euro. Dall’8 maggio l’Icqrf è autorità nazionale per l’irrogazione di sanzioni sulle etichette degli alimenti, il legislatore ha finalmente uniformato la normativa. Come autorità ex ufficio, collabora con altri partner europei per la protezione dei prodotti di qualità nei territori di altri stati membri. Più denominazioni protette ha un Paese (e l’Italia ne vanta un numero superiore agli altri Stati) maggiore è l’interesse a far funzionare questo sistema».

Ad esempio, c’è l’Icqrf dietro l’indagine sugli agnelli romeni spacciati per sardi. «Prima della scorsa Pasqua – ricorda Moro – abbiamo scoperto un traffico di animali che dall’Est venivano portati in Sardegna, macellati e rivenduti come sardi. Ne abbiamo intercettato 12mila (che andavano sul mercato del nord Italia, quello più remunerativo, spacciati come Igp dell’isola) togliendoli dal mercato e bloccando una frode da 1,2 milioni di euro: gli agnelli romeni costano poco più di 2 euro al kg, quelli sardi oltre 4,5». Gli ispettori constatarono quanto fosse facile far arrivare camion di agnelli dalla Romania con un clic sul sito giusto. E, a proposito, Moro ricorda anche una curiosa frode messa in atto con agnelli corsi venduti come… capretti: «Sono diversi da quelli sardi, hanno anche un accenno di corna – spiega – e così è stato semplice cambiargli i connotati per specularci sopra».

Una parte dell’attività è proprio legata al controllo dei flussi su internet. «Da anni cooperiamo con i maggiori market player come Alibaba, Amazon e E-bay: possiamo far rimuovere le vendite di prodotti che usurpano marchi protetti. Nel giro di 24 ore l’annuncio viene oscurato. Ad esempio, abbiamo scoperto una persona con sede nel porto di Bangkok che vendeva quantità enormi di presunto pecorino romano, ordinazioni minime da una tonnellata». Un danno enorme per il settore caseario sardo che su quel prodotto si regge.

E poi il caso delle perette prodotte con una cagliata arrivata dalla Polonia, che di sardo non avevano assolutamente nulla nonostante la scritta “prodotta artigianalmente e lavorata a mano in Sardegna”. Ma l’ingegno fraudolento ha mille canali: «Le forme di formaggio per non guastarsi vengono coperte di additivi. Lo scorso anno partendo da una segnalazione scoprimmo che veniva però utilizzato acido deidroacetico, non consentito, che era migrato verso il centro delle forme. In quel caso nessuna azienda casearia italiana o sarda aveva colpa, era stata una ditta spagnola a fornire questo prodotto che evita la formazione di batteri e muffe, non consentito per alimenti. Anche in questo caso si partì dalla Sardegna, con oltre un milione di
euro di prodotto sequestrato e in parte distrutto». I guardiani dell’agroalimentare non fanno paura. Chi fa le cose per bene sa di avere al fianco un preparatissimo esercito in grado di difendere il suo futuro. Ne parleremo ancora in una prossima puntata.

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