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Limba comuna, un compromesso necessario

La nuova legge regionale non annulli quello che è stato costruito in 40 anni di battaglie e non uccida l'unica norma che rende il sardo ufficiale

Con una tradizione scritta di quasi 1000 anni, il sardo è la lingua della Sardegna e la seconda lingua dello Stato italiano, da esso riconosciuta come coufficiale con la Legge 482/99. Nella nostra isola, oltre al sardo, sono presenti il gallurese in Gallura, l'algherese ad Alghero, il sassarese a Sassari e Porto Torres, il tabarchino a Carloforte e Calasetta, tutti giustamente tutelati (nei territori dove sono parlati) dalla Legge 26/97 e che dovranno continuare ad esserlo da qualsiasi legge presente e futura, perché "non sono" varietà della lingua sarda, ma hanno una peculiarità e una personalità linguistica propria, diversa. Nessuna di queste lingue, purtroppo, ha il futuro assicurato, in mancanza di una politica di tutela chiara, attenta e forte.

Il sardo, per primo, è in grave difficoltà, insegnato pochissimo in famiglia e, quindi, raramente presente nella scuola materna e primaria, che dovrebbero potenziarlo e non escluderlo. Che si tratti di scuole di Macomer o di Siniscola, di Lanusei o di Cagliari, la trasmissione intergenerazionale è quasi interrotta, se è vero che solo meno del 10% dei ragazzi conosce il sardo a fronte di un 70% degli adulti. Solo una politica linguistica vera e concreta può fermare questo gravissimo processo di assimilazione definitiva verso l'italiano. È da 40 anni che combattiamo per cambiare questo destino avverso, per avere un sardo ufficiale, presente nel territorio e nella società, ma ci sono sempre persone o forze politiche e culturali che si oppongono contro la formazione di un organismo di governo della lingua (che si chiami Agenzia o Istituto) e contro l'uso di una Norma scritta unitaria, come sta avvenendo nelle ultime settimane in Consiglio regionale per la proposta di legge che ha come primo firmatario Paolo Zedda. Sappiamo, infatti, che se una lingua vuole essere ufficiale, non può fare a meno di avere una norma scritta di riferimento sicuro e univoco, che è complementare alle sue componenti "interne", i dialetti, che sono la base naturale del sardo e che ciascuno, se vuole, può usare. Questa è la regola di tutte le lingue ufficiali, anche in rapporto ai loro dialetti. Allora, è importante che i sessanta consiglieri sardi prendano sul serio l'attuale disegno di Legge sul sardo ed eventualmente lo migliorino ma non lo uccidano con emendamenti contrari o contraddittori. A cominciare dal fatto che la Sardegna e la Regione devono avere un sardo ufficiale e normato in modo univoco. E questa Norma la Regione l'ha già elaborata: la Limba Sarda Comuna, che è l'unico compromesso linguistico, costato anni di lavoro agli esperti incaricati dal 1999 al 2006 dal Governo sardo, che l'ha deliberata nel 2006. Essa è l'unica norma scritta che, da subito, può assicurare ufficialità al sardo in Sardegna, nello Stato italiano e anche in Europa, se nella Comunità europea vorremo essere riconosciuti con la nostra identità linguistica e dunque nazionale. Perciò, non ha nessun senso o utilità rimettere in discussione il risultato normativo raggiunto con la Lsc, proponendo una ulteriore, ormai quarta, commissione di esperti, che rischia di creare un clima di scontro, ancor più velenoso e, in definitiva, inconcludente. Perché nessuna norma, in nessuna lingua, assicura consenso totale.

Dunque, la nuova Legge assicuri la formazione di un'Agenzia o Istituto che governi l'uso ufficiale del sardo e adotti le "Norme linguistiche di riferimento" deliberate dalla Giunta regionale (Del. n. 16/14 del 18-4-2006). Così, la Regione, pur adottando e impiegando la Lsc per le sue esigenze istituzionali - come già fa -, lasci la libertà di usare norme ortografiche che trascrivano i fonemi caratteristici dei 344 dialetti sardi e le norme scritte delle sue diverse tradizioni letterarie. Se, votata la Legge e la norma Lsc, i sessanta consiglieri regionali vorranno rafforzare il sardo e pluralismo linguistico dello Stato italiano, si diano da fare, semmai, insieme agli altri consigli regionali interessati, per la ratifica della Carta europea delle Lingue.