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Aquarius, il racconto choc: «Ho visto bambini annegare»

L'incontro alla comunità La Collina per la Giornata del rifugiato

Un volontario in missione sulla nave: «Gridavano, sulla pelle i segni delle torture». Alla comunità La Collina di don Cannavera la nuova vita di 35 giovani profughi

SERDIANA. Con negli occhi e nel cuore la drammaticità di quei momenti, ha raccontato a una platea assorta la sua esperienza a bordo della nave Aquarius nel novembre del 2017, uno sconcertante capitolo d’odissea vissuta con gli operatori di Sos Mèditerranèe e Medici senza frontiere nel novembre del 2017 nel mar della Libia in missione di soccorso di barconi e gommoni stracolmi di uomini, donne e bambini che fuggivano da fame, violenze e guerre. Lelio Bonaccorso, giovane disegnatore e autore del graphic novel “Salvezza” realizzato su testi del giornalista e scrittore Marco Rizzo, anche lui a bordo dell’Aquarius, si è preso la scena della “Giornata mondiale del rifugiato”, nella sala conferenze della comunità La Collina di don Ettore Cannavera: presenti i rappresentanti di istituzioni e numerose associazioni che lavorano e si battono per l’accoglienza dei rifugiati e dei migranti.

Sull’Aquarius. Il riavvolgimento del nastro di quei 19 giorni passati sull’unità navale dell’Ong da parte di Bonaccorso è stato come una lama che pian piano affondava nel cuore e nelle coscienze dell’uditorio. La drammaticità di quei momenti è passata attraverso l’immagine di decine di mani protese dai gommoni sovraccarichi in cerca di aiuto, di uomini, donne e bambini finiti in acqua e mai più riemersi, delle invocazioni di chi aveva davanti la salvezza e rischiava però di non poterla agguantare. «Prima di salire sull’Aquarius – ha raccontato il disegnatore – avevo visto solo quello che vedevate voi su tv e giornali. Credetemi, quello che si prova stando lì non si può neppure immaginare. Abbiamo soccorso circa mille migranti con diversi interventi: tutti ci raccontavano, facendoci vedere le ferite fresche in tutto il corpo, delle torture subite in Libia, in quei lager che anche l’Italia finanzia».

I migranti in comunità. Fra il pubblico c’erano i 35 giovanissimi, alcuni dei quali affidati a don Cannavera dal tribunale dei minori per l’espiazione di piccole pene detentive subite per reati minori (piccoli furti) commessi al loro arrivo in territorio italiano nella lotta per la sopravvivenza. Questi ragazzi si stanno adesso riabilitando sotto la guida e gli insegnamenti del fondatore della Collina, degli operatori della comunità e dei mediatori culturali. Coltivano le piante di frutta, le vigne, gli olivi, allevano animali domestici, eseguono lavoretti di ogni genere, imparano una professione. E sono felici. «Stiamo vivendo giorni molto tristi – ha detto Cannavera –, basta leggere i giornali e vedere la tv per capire quanto odio ci circonda. C’è un partito politico di governo che è contro questa povera gente, che fomenta il respingimento di chi ha invece bisogno di noi. Voi presenti qui siete persone sensibili, diversamente non ci sareste. Questa vostra sensibilità divulgatela anche all'esterno».

L’appello. Fra i vari interventi - l’assessore regionale Filippo Spanu, Antonio Lobina delegato del progetto di accoglienza Sprar della Città Metropolitana, il vice prefetto vicario Paola Dessì, il presidente Anci Sardegna Emiliano Deiana - , l’appello rivolto da Tiziana Fresu, di Amnesty International Cagliari: «Noi lavoriamo soprattutto a monte dell’accoglienza – ha detto – , occupandoci del perché dei flussi migratori, di un quadro internazionale di soprusi verso i più deboli. Vorrei ricordare che un’attivista 74enne di Amnesty International è sotto processo in Francia perché accusata di “reato di solidarietà” verso i migranti. Questo è il mondo della civiltà occidentale che ci circonda».