Il “tesoro” di Laconi ha il profumo del tartufo

Il Sarcidano è l’area più ricca ma si trovano anche in Barbagia e in Campidano L’imprenditore: «Abbiamo iniziato per caso, ora esportiamo in tutta Europa» 

INVIATO A LACONI. Dal buio della terra che li custodisce come uno scrigno fa coi suoi tesori, alla luce delle tavole. Non hanno il colore degli zaffiri o dei rubini, non brillano come i diamanti, ma per chi ne ama il sapore, i tartufi sono gemme preziose. La Sardegna è stata terra vergine sino a una quarantina di anni fa, quando ancora si credeva che la delizia di tanti palati in tutto il mondo non avessero trovato terreni adatti a far loro da dimora. Era solo questione di tempo, perché poi l’isola ha scoperto di avere sotto i suoi piedi un tesoro che non era stato indicato in alcuna mappa.

Di tartufi son piene le terre di Barbagia, persino le sabbiose lande della zona degli stagni di Santa Giusta e Arborea, ma è il Sarcidano la vera miniera. E non è un caso che sia stata Laconi a ospitare per la 29ª volta la Sagra del tartufo che è andata in scena ieri sotto l’organizzazione della Pro loco presieduta da Antonio Martello. Cuochi e cuoche hanno lavorato tutto il giorno per preparare il menù fatto di malloreddus conditi con la crema al tartufo e la variante del porchettone in umido ovviamente insaporita con un’abbondante grattugiata del re della giornata.

Ma non è solo una domenica di gloria quella che vive il tartufo. Nonostante un’annata difficile per via del clima, il prodotto delle terre del Sarcidano è ormai una realtà che crea economia. Il pioniere, per ora senza concorrenti, è Marco Carta, imprenditore laconese che venti anni fa ha voltato pagina. La sua ditta di trasformazione di carni per la produzione di insaccati è stata messa in ginocchio dalla peste suina e così si è reinventato un lavoro. «Ho scommesso sul tartufo e oggi con la mia ditta che si chiama L’Isola dei sapori ho creato un’attività floridissima», racconta ripercorrendo in pillole le tappe della sua vita da imprenditore cominciata per caso o per necessità in questo settore. Senza aspettare sovvenzioni, ma con risorse proprie ha giocato la carta vincente e ora i prodotti confezionati nella sua azienda non temono concorrenza: solcano i mari e finiscono ben oltre le tavole sarde soddisfacendo i peccati di gola nella penisola che non parla più solo il dialetto umbro, e ancora sino in Francia e in Spagna.

Marco Carta, solo omonimo del famoso cantante, ha comunque una sua melodia da far risuonare. Sono suoni di lavoro e abilità, di esperienza e visione del futuro: «Inizialmente sono partito con la distribuzione e la vendita del tartufo fresco, poi, cinque anni fa è nata l’azienda si occupa dell’intera filiera di produzione e, oltre che alla mia famiglia, dà lavoro anche ad altre persone che collaborano con noi stagionalmente o per periodi più lunghi». Tutto inizia con la raccolta nei vari periodi dell’anno per arrivare alla trasformazione del prodotto che viene poi confezionato nei vasetti. «Se escludiamo alcuni periodi dell’inverno – prosegue Marco Carta – tutte le stagioni offrono il loro prodotto. Il tuberum aestivum ovvero il tartufo di colore scuro, viene raccolto da maggio a settembre. Negli altri periodi dell’anno invece la raccolta riguarda il più pregiato tuber magnatum di colore bianco o il tuber melanosporum che è a sua volta nero». Le tartufaie, fatto non secondario, si accontentano di terreni inservibili per il resto dell’agricoltura. Non è un caso che il Sarcidano sia il luogo ideale per la crescita e la raccolta visto che sono tantissimi gli ettari di superficie calcarea che per le altre colture non hanno valore. Nel vasetto non finisce però solo la classica polvere da usare per condire risotti o la pietanza che più aggrada. «Il sapore forte del tartufo è in grado di sposarsi con tantissimi altri prodotti – spiega Marco Carta –. Nei nostri vasetti il suo sapore si combina ad esempio con quello del carciofo e della bottarga o del miele e delle noci». Chi non teme le sperimentazioni è invitato a sedersi a tavola, ciò che invece deve spaventare è l’assenza di regole. La politica è stata ripetutamente invitata negli ultimi anni a predisporre una normativa che miri a proteggere le tartufaie e limiti la raccolta degli appassionati dilettanti lasciando ai professionisti del settore campo libero. Dalla Regione però, al di là di qualche presenza importante ai convegni, non sono arrivate risposte. Così, ancora una volta, a far da apripista è chi si mette in gioco autonomamente. «Non sono geloso per quel che ho fatto – conclude Marco Carta –. Mi piacerebbe tantissimo che altri
seguissero le mie orme non solo in questo campo. Vincere la scommessa di creare lavoro anche in Sardegna dev’essere uno stimolo per i giovani. Se la politica garantisse condizioni facili per avviare le attività e consentisse ai giovani di formarsi, gran parte del cammino sarebbe fatto».

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