Blitz per la figlia contesa: dopo 7 ore la mamma cede

I carabinieri hanno eseguito l’ordine di un giudice, la bimba affidata al padre

INVIATO. Resiste con la figlioletta di quasi tre anni sempre incollata al suo corpo. Resiste per sette ore, poi le viene tolta dalle braccia con un intervento deciso dei carabinieri. È finito così un giorno drammatico, non si conclude invece la prima battaglia di una guerra giudiziaria e soprattutto umana che si gioca su più fronti: quello di una mamma che non vuol perdere la gioia del suo cuore; quello di un padre che, per quanto osteggiato dalla piccola comunità della Marmilla in cui vive l’ex moglie, reclama il suo diritto alla genitorialità; quello dello Stato che con un provvedimento della magistratura ha stabilito che la piccola deve volare lontano dalla Sardegna, sino a Viterbo dove l’attende il padre. E così è stato. La bimba è partita ieri sera per Roma. Subito dopo la madre ha avuto un malore ed è stata soccorsa nell’infermeria dello scalo.

L’antefatto. È stato un giudice del tribunale laziale a stabilire che quel legame tra madre e figlia non deve essere indissolubile perché la piccola, che compirà tre anni tra pochi giorni, ha due genitori e i diritti di entrambi vanno tutelati. La storia e la convivenza tra i due sono finiti da un pezzo e non nel migliore dei modi: la mamma (38 anni) ha presentato contro l’ex marito (44 anni) una doppia denuncia per maltrattamenti; l’ex marito, avvocato viterbese molto conosciuto, ha fatto altrettanto accusando la sua ex consorte di sottrazione di minore.

In mezzo c’è una giudice del tribunale di Viterbo, Fiorella Scarpato, che si sta occupando della causa di affidamento della bimba e che, poche settimane fa, ha stabilito che la piccola dovesse essere affidata al padre. A differenza della mamma, questi lavora per cui non avrebbe la possibilità di stare con la bambina se rimanesse nell’Oristanese. Ecco perché, secondo il giudice, la piccola deve stare a Viterbo. Il problema sarebbe risolto se anche la mamma avesse l’opportunità di trasferirsi, ma non ce l’ha «per motivi economici e di sicurezza personale», ha sempre ribattuto lei assieme ai familiari e agli amici.

Le barricate in casa. Sempre lo stesso giudice, vedendo che non veniva rispettata l’ordinanza di consegnare la figlia al genitore, ha imposto ai carabinieri di prelevarla dalla casa della madre. Il primo ordine è arrivato circa un mese e mezzo fa, ma è stato vano perché i tentativi bonari di convincere la donna sono stati inutili. Così è arrivato un secondo provvedimento che stavolta non ammetteva esitazioni: la bimba è da prelevare e consegnare al padre con qualsiasi mezzo. Ieri mattina, con il pretesto di verificare se in casa del nonno della piccola vi fossero delle armi o delle munizioni non denunciate, otto carabinieri hanno fatto irruzione nell’abitazione dove vivono anche la mamma con la piccola. Erano le dieci del mattino e madre e figlia erano in camera da letto, strette in un abbraccio durato altre sette ore. Non si erano più lasciate sino all’epilogo improvviso delle 19 nella caserma di Mogoro, secondo teatro della drammatica giornata. I tentativi di persuadere la donna a staccarsi da quella figlia che appariva come una parte vitale del suo corpo, sin lì erano stati inutili. Ci hanno provato senza successo i carabinieri, quattro in borghese e quattro in divisa tra cui due donne compreso il capitano Nadia Gioviale. Ci hanno provato un’assistente sociale e una psicologa. Anche loro senza esito, anzi c’è stato un momento in cui loro stesse hanno detto ai militari che la bambina non era pronta a subire il trauma del distacco dalla madre.

L’epilogo in caserma. Poco prima delle tre del pomeriggio qualcosa aveva fatto intuire che la situazione potesse mutare da un momento all’altro. Dalla casa vengono fuori tutti quanti, anche la madre con la piccola incollata a sé. Non è ancora la resa, è solo il trasferimento da un luogo a un altro perché la scena si sposta nella caserma della Compagnia dei carabinieri a Mogoro.

Cambiano le pareti, non cambia la storia perché l’abbraccio ancora non si spezza. La donna dà segni di cedimento e viene chiesto l’aiuto di un medico, ma la forza che deve aver tratto dalla disperazione è stata immensa e così ha proseguito la sua tenace resistenza contro la fatica e contro il provvedimento che ritiene ingiusto. Ora dopo ora, mentre si faceva strada la voce che tutto fosse sospeso nell’attesa che il padre, proprio a Mogoro o all’aeroporto di Cagliari, prendesse in custodia la figlia, tutto restava immutato: la madre, i carabinieri, la psicologa, l’assistente sociale, i nonni, le sorelle, compaesani e amici che attendono in strada. Sono anche loro parte del dramma e sfogano la rabbia con urla quando dalla casa i veri protagonisti della storia
salgono in macchina. Sanno che i carabinieri non possono agire altrimenti, ma il grido: «Vergogna, è questa la giustizia?» sale alto lo stesso. Sperano sino all’istante in cui dalla porta della caserma si affaccia la mamma. È sola, la piccola non è con lei. Ora piangono tutte e due.

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