La Bastogi bocciò l’affare

L’avvocato Pepetto Del Rio in aula: quell’area di Villasimius non era interessante

CAGLIARI. Giuseppe Pepetto Del Rio, l’avvocato d’affari conosciuto per le sue fiammanti Ferrari e la sua intraprendenza, era informato dell’affare immobiliare in corso, da una parte il gruppo di amici formato dall’ex viceministro Salvatore Cicu, dall’ex sindaco di Sestu Luciano Taccori e dall’ex capogruppo forzista Paolo Cau, dall’altra un’articolatissima compagine di personaggi capeggiati dal chiacchierato politico campano Bartolomeo Piccolo. Del Rio sapeva che in ballo c’era la società Tu.ri.cost, proprietaria di un’area pregiata a Villasimius dove si poteva costruire un resort d’alto bordo. Ma dopo un fugace approccio, con richiesta di informazioni su prezzo e condizioni per conto della Bastogi, il legale fece un passo indietro e uscì di scena, lasciando campo libero agli acquirenti arrivati in forze dalla penisola. Il nome di Del Rio era saltato fuori durante l’inchiesta quando nel suo studio venne sequestrato dalla polizia giudiziaria un documento che metteva in evidenza l’interessamento della Bastogi per il terreno di Villasimius. Del Rio - l’ha confermato ieri - si era anche recato sul posto per valutare quale interesse potesse avere la grande azienda immobiliare all’acquisto, ma bastò un sopralluogo per capire che si sarebbe trattato di un piccolo affare in rapporto alla media delle operazioni gestite dalla Bastogi. Per questo l’interesse cadde del tutto come Del Rio ha ricordato a fatica ieri mattina in tribunale, rispondendo non senza gli immancabili «non ricordo» alle domande del pm Emanuele Secci, con Cicu e una schiera di difensori che lo ascoltavano con interesse. La testimonianza di Del Rio era attesa perché è attraverso il suo studio professionale che sono passati alcuni fra i più importanti affari immobiliari realizzati in Sardegna e i rapporti tra lui e Cicu non sono mai stati un mistero: lo studio legale dell’europarlamentare forzista apparteneva a Del Rio. Alla fine però il suo esame non ha aggiunto nulla di fondamentale a una vicenda che per la Procura è chiarissima, ma in cui sono le posizioni degli imputati e l’esistenza del dolo a cercare una definizione nel processo.

Ieri in aula c’era anche Piccolo - difeso dal celebre penalista Franco Coppi, che si è fatto sostituire da un collega - perché il dibattimento pubblico ha superato, almeno per ora, i fatti strettamente sardi per allargarsi all’esame delle posizioni dei quattordici imputati di origine campana, tra cui quelli - così sostiene l’accusa - legati in un modo o nell’altro alla criminalità organizzata. Di certo pesa sul processo la testimonianza di Ugo Cappellacci, che alla scorsa udienza ha parlato di un “nero” di circa 200-300 mila euro realizzato nella compravendita della società, un affare complesso, in cui spuntano personaggi certamente legati alla Camorra e persino interventi dall’alto, come quello dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, sollecitati da Piccolo e agevolati da un manager pubblico noto come Alfredo
De Lorenzo. La difesa sostiene tutt’altro: l’operazione di compravendita della Tu.ri.cost c’è stata ma non all’epoca - siamo al 2009 - non esisteva alcuna consapevolezza sulla statura criminale degli acquirenti. Si va avanti il 10 luglio con l’esame di nuovi testimoni. (m.l)

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