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Spopolamento, cosa fare per non sparire

Le potenzialità ci sono, la Regione faccia la sua parte utilizzando al meglio 350 milioni di euro stanziati per fronteggiare questa grande crisi che ha proporzioni macroscopiche e sistemiche

I tempi sono cambiati, le società europea e italiana hanno messo in discussione i ruoli, la crisi economica globale destabilizza le masse: fare figli non è più una priorità. Anche l’isola perde abitanti – tra il 2011 e il 2015 ben 12.125 – e l’emorragia sembra non trovare compensazioni: a dircelo con uno studio del 2014 commissionato dalla Regione , sono i docenti di sociologia e statistica dell’Università di Cagliari Bottazzi e Puggioni.

Il nocciolo della questione rivela che su 377 comuni, 99 sono cresciuti mentre altri 278 continuano a subire un calo demografico: se la situazione non dovesse cambiare, tra pochi decenni 33 paesi saranno a rischio estinzione. Sono però gli stessi studiosi a precisare che è una proiezione basata su stime, e non certa. I numeri sono importanti, traducono fenomenologie sociali, ma i numeri, per quanto specchio della realtà, non tengono conto del fattore umano. E intendo quel complesso di potenzialità, attaccamento alla terra d’origine, risorse emotive imprevedibili, capacità di conservazione e rigenerazione che il popolo sardo ha sempre avuto. Se c’è una cosa che i sardi sanno fare bene è resistere, lo fanno da migliaia di anni. Sono restii al cambiamento e vivono l’emigrazione come un estremo sacrificio.

Ricerco nel passato la storia dei 23 paesi fantasma arroccati in varie parti dell’isola, e scopro che si tratta di villaggi nati intorno alle miniere e alle centrali Enel oggi dismesse; frazioni minuscole e sperdute di paesi più solidi e tutt’ora esistenti; comuni dissestati da calamità idrogeologiche. Nessuno di essi, anche nei periodi più neri della storia economica e sociale, ha subito l’estinzione per ragioni differenti. Laddove il nucleo era forte e compatto, la comunità ha sempre trovato il modo di sopravvivere, anche a costo di ricostruire il paese altrove. E questi 33 paesi candidati a un destino incerto hanno un cuore vivo e pulsante: visitateli, parlate con il primo cittadino, unitevi alla gente. Io l’ho fatto due settimane fa con Esterzili e sono rimasta stupita per lo spirito di comunione, il desiderio di andare avanti nonostante le difficoltà che l’isolamento geografico comporta, la voglia di costruire e valorizzare le proprie ricchezze con consapevolezza. È un fervore che ho notato un po’ ovunque e che arriva soprattutto dai giovani. Ma ipotizzare che ci sia una componente fisiologica di risposta ai tempi che stiamo vivendo, non significa che dello spopolamento non si debba discutere o che faccia meno paura.

Il fenomeno è complesso e non esiste la ricetta miracolosa che risolverà il problema da un giorno all’altro. Se però vogliamo che non si determini una profezia autoavverante, è necessario che la Regione faccia buon uso dei 350 milioni stanziati per disinnescare una crisi che ha proporzioni macroscopiche e sistemiche e che non riguarda solo la realtà dei singoli paesi. Le potenzialità per riuscirci ci sono tutte. Mia nonna non c’è più, le spigolatrici non ci sono più, le genti passano leggere sulla terra. Ma forse non così leggere. Intanto San Basilio resiste, e a tenerle compagnia ci sono altre 376 isole nell’isola, pronte a superare anche questa ennesima tempesta.