Il sindaco di Mamoiada: «Ho scelto di dire no alle logiche della faida»

Dopo l’intervista di Annino Mele parla anche il primo cittadino Luciano Barone. All’assassinio di tre zii e un cugino non ha reagito con la vendetta. «Il paese è cambiato per le scelte coraggiose di molti giovani come noi»

MAMOIADA. Alla fine è una questione di scelte. Di decisioni personali. Spesso anche molto sofferte, ma che segnano uno spartiacque tra la vita e la morte. Per Luciano Barone, sindaco da tre anni di Mamoiada, il paese oggi del vino, delle maschere e di tante altre cose belle, la violenza si può anche respingere. Anzi la si deve cacciare con tutta la forza che si possiede. Malgrado a volte sembra risucchiarti come in un vortice perché la stessa cultura che si respira da bambino ti insegna che all'offesa si risponde con l'offesa. All'odio con nuovo odio. Ci vuole coraggio dunque per uscire da questa logica fratricida, dell'occhio per occhio e del dente per dente. Del sangue che si lava con altro sangue secondo un atavico codice non scritto.

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All'indomani
dell'intervista in esclusiva per La Nuova Sardegna di Annino Mele anche Luciano Barone, 46 anni, affronta per la prima volta le tragiche vicende della faida che lo hanno riguardato. Quando si parla di morti ammazzati sa per esperienza diretta quanto male si digerisca il dolore quando si è direttamente coinvolti, toccati negli affetti più cari. Eppure ha deciso che non doveva essere né un soldato né un martire, ma che la violenza bruta si poteva sconfiggere solo trovando dentro di sé la forza di dire basta. Di respingere il conflitto ma di costruire un futuro secondo altre basi: quelle del dialogo e del confronto evitando di far cantare i fucili.

Per il primo cittadino di Mamoiada, la faida e gli omicidi hanno toccato da vicino gli affetti più cari. Un brutto affare che non si dimentica.Sotto i colpi dei killer sono morti gli zii materni Gonario, Angelino e Tonino Gregu e sua moglie Katty e un cugino di primo grado Cristian. Delitti di quattro - cinque lustri fa. Eravamo negli anni Novanta e a Mamoiada la gente non ci veniva perché aveva paura.

«Mio cugino Cristian quando fu ucciso con suo padre Angelino in un agguato aveva 19 anni. La mia stessa età. Io lavoravo a Porto Cervo e insieme avevamo deciso di andare insieme in Spagna. Un viaggio che alla fine ovviamente non ho più fatto - racconta Barone - immaginate l'effetto. Il dolore e la rabbia in un ragazzo di quell'età davanti a una tragedia simile. Ti senti ribollire, mediti di tutto, anche le peggiori cose. Poi per fortuna in me è scattata una molla, una reazione che non ha convogliato queste energie nell'odio. Nella vendetta. Non è stato un passaggio semplice, ma sofferto e lungamente meditato. Alla fine penso che se il paese in tutti questi anni ha ritrovato serenità, lo deve a questo tipo di ragionamento. Che è stato il mio ma anche di tanti altri. Perché il clima sociale non lo cambia una persona da sola, ma la somma di tante coscienze che resettano e ripartono per la strada giusta, che non è certo quella della violenza. Abbiamo scelto coerentemente un altro percorso di riscatto».

Per Luciano Barone se oggi il paese ha un'altissima percentuale di imprese per i suoi 2500 abitanti, se ha puntato sulla viticoltura che ha soppiantato il business delle costruzioni che vedeva fino a pochi anni fa tanti mamoiadini coinvolti (si dice che ogni mattina partissero per la costa orientale dieci, venti pullmini di muratori per costruire le case al mare di San Teodoro e Budoni) lo deve proprio a questo profondo choc culturale.

«Paradossalmente la positività di oggi passerebbe sotto traccia se non avessimo toccato il fondo nel passato - continua Barone - la forza della comunità, degli uomini e delle donne di Mamoiada sta nel miracolo della ricostruzione. Oggi abbiamo superato quei problemi anche perché nelle case si ha un altro atteggiamento nei confronti della legalità».Nella Sardegna matriarcale anche le donne con sguardi, parole e insegnamenti sanno ancora lasciare il segno nell'educazione dei figli e nei modelli da seguire.«Io se ho deciso di prendere una posizione precisa lontana dalla violenza, veramente a portata di mano, lo devo anche a mia madre. Alla sua serenità, alla sua apertura, alla sua voglia di confronto. Alla sua grande dignità anche nel dolore».

La famiglia di Luciano Barone, aveva ed ha da anni un B& B a Mamoiada, un servizio di accoglienza attivato prima che arrivassero i musei e gli attuali poli culturali dedicati ai mamuthones e all'arte contadina di un paese che continua a guardare alla terra ma con modernità.«Mia madre dopo i lutti non usciva più, mai in paese. Non esistevano deroghe. Però qui incontrava tanta gente che si fermava nella nostra locanda, tra loro anche scrittori, giornalisti, registi. Penso che questo tipo di esperienza l'abbia fortificata e rasserenata. Io a casa ho respirato, malgrado la violenza che è entrata brutalmente, non odio ma rispetto». Sulla soglia dei vent'anni non è scontata una reazione di questo tipo.

«A diciannove anni non è stato semplice confrontarsi con una realtà complessa e pianificare il proprio futuro essendo coinvolto emotivamente con ciò che si leggeva sulle pagine dei giornali - racconta con fatica Barone - Ho voluto scegliere allora ciò che sono diventato oggi come persona. Perché in quelle circostanze ci si trova ad un bivio: o seguire lo spartito o andare oltre. Se hai vinto la scommessa, prima con te stesso e poi con gli altri saranno le stagioni a dimostrarlo. Di una cosa, per niente marginale sono convinto sempre di più anche oggi. Si può imparare e crescere anche nelle situazioni più tragiche come quelle che la mia esistenza mi ha riservato. E credo che, nella mia comunità ci siano state tante scelte simili prese nel silenzio e nella solitudine del proprio dolore favorendo il percorso che oggi ci permette sotto certi aspetti di essere di esempio come paese ad altre realtà che con storie completamente diverse dalla nostra cercano comunque di individuare le risorse per riuscire a progettare il proprio futuro».

Mamoiada è un paese che discute che si confronta in maniera pacata, che ha nei mamuthones degli ambasciatori della cultura ancestrale che girano il mondo. «È vero ma allo stesso tempo è un paese di diverse sensibilità. Qui hanno comprato e ristrutturato casa anche nuoresi, cerchiamo di dare servizi alle famiglie di coccolare i bambini e si sostenere gli anziani. Non è mai semplice ma in una comunità riappacificata tutto riesce molto meglio» conclude il ragazzo diventando uomo scegliendo il coraggio.

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