Christian Solinas: "Modificare lo Statuto per far ripartire la Sardegna"

Il senatore sardista-leghista: serve più autonomia su trasporti, energia e scuola. La dorsale del metano è antieconomica, in attesa delle rinnovabili meglio i depositi di Gnl riforniti con le navi. Sulle critiche dei 5Stelle all'alleanza con la Lega: "Loro possono a livello nazionale e noi non possiamo a livello locale?"

SASSARI. Dalla dorsale del metano («inutile») al feeling con Salvini («andremo insieme anche alle Regionali»), all’ostilità del M5s nell’isola («Puddu? Non lo conosco»). Il senatore Christian Solinas, segretario del Psd’Az alleato della Lega, parla a tutto campo concentrandosi sulle priorità per l’isola. In linea con quanto detto dal ministro degli Affari regionali Erika Stefani ieri sulla Nuova, Solinas ribadisce che per superare il gap dell’insularità bisogna intervenire non sulla Costituzione ma sullo Statuto sardo. Lui, assicura, è già al lavoro.

Senatore Solinas, che cosa prevedono le sue proposte di legge di modifica dello Statuto?

«Si tratta di una serie di disegni di legge che nel complesso puntano a riformare lo Statuto garantendo maggiori spazi di autogoverno e di libertà per la Sardegna, come presupposto per un nuovo modello di sviluppo che restituisca dignità, lavoro e benessere ai sardi. Il primo introduce la tutela linguistica e culturale e fissa norme sull’ordinamento scolastico. Il secondo disegna una moderna forma di zona franca sostanziata di contenuti nuovi in termini di fiscalità di vantaggio sul modello delle formule già approvate in sede comunitaria per la Zona Especial Canaria, per la Regione Autonoma di Madeira e per le Special Economic Zone della Lettonia. Gli altri prevedono il trasferimento delle competenze e delle risorse in materia di continuità territoriale marittima e di gestione del sistema portuale; la regionalizzazione delle Sovrintendenze con il passaggio delle competenze in materia di beni culturali e bellezze naturali; lo svincolo degli accantonamenti e l'inversione del sistema delle entrate; la ridefinizione delle accise sui prodotti derivanti dalla lavorazione del petrolio».

Come possono aiutare a superare il gap legato alla condizione di insularità?

«Da un lato, compensando gli svantaggi strutturali permanenti legati principalmente ai maggiori costi dei trasporti, dell’energia e delle infrastrutture attraverso un’equipollente riduzione della pressione fiscale che restituisca pari opportunità ed attrattività al sistema produttivo sardo. Penso a una riduzione stabile del costo del lavoro, a un’imposizione sui redditi delle società e delle partite Iva inversamente proporzionale all’occupazione che garantiscono, a un grande piano della logistica portuale ed intermodale che offrendo spazi franchi per l’assemblaggio e la trasformazione delle merci provenienti dai mercati extra-Ue candidi l’isola al suo ruolo naturale di piattaforma mediterranea nei commerci sulla direttrice Suez-Gibilterra. Dall’altro lato, garantendo maggiori risorse proprie alla Regione per finanziare un nuovo modello di sviluppo che rilanci l’integrazione tra eccellenze nei settori dell’agroalimentare, dei beni culturali, del turismo e dell’immenso patrimonio materiale ed immateriale di tradizioni e “saper fare” che rendono la Sardegna unica ed irripetibile».

Quali settori necessitano di una maggiore autonomia?

«Sui trasporti, sulle entrate, sulla leva fiscale, sulle infrastrutture e la zona franca si gioca una partita vitale nella quale l’isola deve poter governare le strategie e le scelte per riprendere la via dello sviluppo e della crescita». Quali sono le priorità per la Sardegna? «Siamo 1,6 milioni di abitanti su 24mila chilometri quadrati, con una bassissima densità demografica e una distribuzione territoriale capillare degli insediamenti. Non esiste una infrastrutturazione adeguata che colleghi città e campagna, favorendo le opportunità di vita e di lavoro nelle zone interne. Il tasso di natalità è in crollo verticale. E se aggiungiamo che produrre qui costa di più, spostarsi costa di più, veicolare le merci costa di più, capiamo che questa nostra Sardegna non è una realtà standardizzabile come vorrebbero spesso fare a Roma o a Bruxelles. Non si può pensare che le valutazioni sugli ospedali, sulle scuole, sulle imprese, sulle università possano essere compiute con gli stessi criteri delle grandi città o delle pianure continentali. Abbiamo bisogno che le nostre peculiarità siano rispettate ed anzi valorizzate, perché rappresentano l’autenticità di un luogo e di un Popolo con tradizioni, cultura e bellezze che esprimono un valore universale. Tutto in Sardegna è narrazione: il paesaggio, il vento, il pastoralismo, il canto a tenore, le launeddas e pure le eccellenze scientifiche della ricerca. E tutto ha diritto di sopravvivere a questa globalizzazione selvaggia che vorrebbe solo omologare ogni cosa in un grigia monotonia».

Energia, M5s si è espresso contro il progetto di metanizzazione dell'isola. Quale è la sua opinione?

«Tutti gli indicatori ci dicono che la ricerca nei prossimi decenni ci porterà ad un rinnovamento sostanziale delle fonti energetiche in senso ecocompatibile e rinnovabile. Il tema è dunque come gestire in via transitoria nel medio termine i prossimi 20 o 30 anni. Da questo punto di vista il progetto di metanizzazione mediante la realizzazione di una grande dorsale che attraversi la Sardegna da nord a sud, creando l’ennesima servitù, è non solo antistorico ma assolutamente inadeguato in termini di efficienza ed economicità. Si è stimato un costo iniziale di 700 milioni di euro, destinati sicuramente a lievitare nel tempo, senza valutare le centinaia di espropri e relativi contenziosi che richiederanno lustri solo per la realizzazione senza considerare gli allacci ai diversi bacini di distribuzione. Ritengo molto più immediato ed efficiente l’approvvigionamento del Gnl mediante navi metaniere su depositi nei porti strategici ai quali possono connettersi facilmente le reti già realizzate o in fase di realizzazione, lasciando il rifornimento dei bacini più piccoli al trasporto gommato alimentato anch’esso dallo stesso Gnl. In questo modo, si avrebbe in tempi brevissimi una metanizzazione capillare, meno costosa e impattante dal punto di vista ambientale e facilmente riconvertibile in futuro».

Al governo il Psd’Az-Lega è alleato con il M5s, è un modello riproponibile alle Regionali?

«Viviamo un tempo di rapide e profonde trasformazioni, una società che Bauman ha molto efficacemente definito liquida per significare come l’esperienza individuale e le relazioni sociali siano ormai segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente. Nessuno può dire con certezza cosa accadrà alle prossime elezioni regionali. Oggi il contratto di governo italiano è su un piano distinto e distante dalle condizioni e dalle alleanze politiche della Sardegna. L’unica certezza è l’esigenza di un progetto di governo dell’isola di ampio respiro e chiaramente alternativo all’attuale Giunta regionale ed alla sua maggioranza».

Mario Puddu, candidato in pectore del M5s alle prossime Regionali, critica l'alleanza con la Lega-Psd'Az, e prende le distanze.

«Non ho il piacere di conoscere Puddu e non mi permetto di esprimere giudizi sugli sconosciuti. Mi limito a rilevare che se il M5s ha ritenuto di governare con la Lega, sottoscrivendo un contratto, deve aver valutato il contraente serio ed affidabile. A questo punto, non comprendo la doppia morale: va bene che i pentastellati si alleino con Salvini ma si censura il Psd’Az se fa altrettanto, peraltro sul solco della tradizione federalista ed autonomistica che da sempre accomuna sotto il profilo ideologico e culturale i due partiti».

L'alleanza con la Lega ha avuto ripercussioni nel mondo sardista, c'è stata l'espulsione del consigliere Carta. Rifarebbe quella scelta?

«Il Partito ha fatto una scelta chiara. L’alleanza strategica, culturale e di prospettiva con la Lega non si ferma al ritorno in Parlamento dopo decenni del Psd’Az ma punta a costruire un grande progetto di governo per la Sardegna che riporti benessere e felicità collettiva al nostro Popolo. Serve, semmai, estendere – come stiamo facendo – questo modello a livello locale ed europeo, creando una connessione tra chi ha una comune visione dell’Europa come luogo dei popoli e delle regioni e non delle tecnocrazie burocratiche e finanziarie. Questo progetto, condiviso con Matteo Salvini, ci porterà a essere insieme anche alle prossime regionali e alle europee. Rispetto a tutto questo, il resto è fuori scala; ma per amor del vero devo precisarle che non ho espulso nessuno. Il nostro Statuto prevede che per essere sardisti si debba stare dentro un perimetro di rispetto di alcune regole fondamentali. La Segreteria nell’esercizio delle sue funzioni ha semplicemente applicato lo Statuto non rinnovando la tessere a chi ha scelto di porsi al di fuori di tale perimetro».

Meglio senatore o governatore della Sardegna?

«Meglio il ruolo che consenta di dare il contributo più significativo alle migliori sorti della Sardegna e dei sardi. Sono sempre gli elettori a decidere e, per quanto mi riguarda, grazie alla fiducia che mi hanno voluto accordare, oggi cerco di rappresentare, nella consapevolezza dei miei tanti limiti, le grandi battaglie storiche del sardismo ed i nuovi bisogni emergenti dell’isola

nel Senato della Repubblica».

Settant’anni di autonomia, quali politici hanno avuto un progetto per l’isola?

«Dopo Mario Melis, l’unico ad avere avuto una visione di Sardegna, condivisibile o meno, è stato Renato Soru».

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