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Allarme piccoli Comuni Deiana: sindaci lasciati soli

Il presidente dell’Anci sulle dimissioni della prima cittadina di Romana: «Per noi è sempre più difficile lavorare: zero poteri ma solo responsabilità»

SASSARI. Amministratori in via di estinzione. Nei piccoli Comuni della Sardegna i sindaci rischiano di diventare come i panda. Alle ultime amministrative sui 7 Comuni italiani in cui non sono state presentate liste ben cinque erano sardi. Tra gli altri Sarule, dove la sindaca Mariangela Barca, stanca della solitudine istituzionale e stritolata dai lacci della burocrazia, ha deciso di gettare la spugna e di non ripresentarsi. Ma ora c’è chi addirittura la stessa scelta la fa prima della scadenza naturale del mandato. È il caso di Lucia Catte, da 8 anni sindaca di Romana, paesino 561 anime nel cuore del Meilogu. Dal 22 luglio non guiderà più il piccolo centro tra Alghero e Sassari. La giornata di domenica sarà l’ultima disponibile per ritirare le dimissioni. Cosa che, però, lei non ha alcuna intenzione di fare. «Di salute sto benissimo – ha dichiarato –. I problemi sono pubblici, politici. E si possono riassumere facilmente: mi sento sola». Catte racconta la sua solitudine di amministratrice: appena due assessori anziché i tre previsti e solo quattro dipendenti comunali. Una squadra ridotta ai minimi termini che di fatto riduce ai minimi termini l’attività del Comune, costretto a sopravvivere. Di qui la decisione di mollare tutto. «Vado via sicura di avere dato tanto. Mi auguro che chi arriverà dopo di me troverà forze e motivazioni».

Sentimento diffuso. «Le parole dette da Lucia le avrei potute pronunciare io, o qualsiasi altro sindaco di un piccolo Comune». Ieri Emiliano Deiana, presidente Anci e sindaco di Bortigiadas, qualche decina di anima in più di Romana, ha chiamato la sua collega, ormai quasi ex, per esprimerle la sua vicinanza. «Ha deciso di andare via serenamente, ma indubbiamente sentire le sue parole non può che provocare sconforto. Quelle motivazioni le potrebbe portare chiunque di noi con diversi accenti. Oggi questo sentimento è diffuso tra chi amministra. E se uno decide di abbandonare la carica vuole dire che il problema è profondo. I segnali sono sotto gli occhi tutti. Dei 7 Comuni italiani in cui non sono state presentate liste cinque erano in Sardegna. Aggiungiamoci poi il dato delle liste uniche, che è l’anticamera dell’abbandono, e viene subito agli occhi la gravità della situazione. Oggi non trovi più nessuno che vuole candidarsi. E le motivazioni sono tante».

Responsabilità e tagli. In cima alla lista delle cause degli abbandoni da parte degli amministratori c’è l’accrescimento delle loro responsabilità, a cui però non corrisponde un aumento dei poteri. «Pensiamo alla protezione civile – dice Deiana –. Tutte le responsabilità sono in capo al sindaco, che però ha zero poteri». E zero risorse. Il presidente dell’Anci tira fuori un report sui tagli agli enti locali. «I Comuni sardi sono quelli che hanno visto ridurre maggiormente le risorse. Nel 2009 i trasferimenti dallo Stato erano pari a 411 milioni, nel 2015 appena 107 milioni. Siamo di fronte a un taglio del 73 per cento in pochi anni. In questo modo è impossibile fare funzionare i Comuni».

Uffici. Un’altra questione da non sottovalutare è lo stato degli uffici comunali. Lo ha detto anche la sindaca di Romana. «Siamo già abbandonati. L’unico modo per finanziarci è concorrere a bandi regionali ed europei, programmazioni complesse, difficili però da mettere in piedi se non hai una struttura dedicata». Una situazione che sottolinea anche Deiana. «Negli uffici abbiamo un personale dedito al lavoro, quasi tutti assunti tra gli anni ’80 e ’90. Il problema è che c’è il blocco del turn over che rende impossibile alle amministrazioni poter disporre di personale adeguato alla modernità. Senza contare che oggi molti Comuni sono sprovvisti di segretario comunale. Una figura fondamentale, di garanzia e di grande supporto giuridico al lavoro del sindaco».

Indennità. Ultima ma non meno importante la questione indennità. Oggi gli amministratori operano quasi in regime di volontariato. Altro che casta. «Indennità da fame, zero previdenza, coperture assicurative inesistenti. Un sindaco di un piccolo comune prende 700 euro in meno di un operaio comunale ma la sua responsabilità è enorme. Io prendo intorno ai 1.000 euro, ma se un sindaco è dipendente pubblico guadagna la metà. Il vice prende sui 190-120 euro al mese, gli assessori sui 120. Io credo sia arrivato il momento di riprendere in mano lo status degli amministratori. Anche se la prima cosa da fare è intervenire sui poteri e sugli organici dei comuni».