Luogosanto, il signore dei vini Siddura è un ex garzone

Il produttore racconta l’incontro casuale col socio tedesco e la sua folgorazione: «Sono tornato a casa e ho detto a mia moglie: basta con l’edilizia, sarò agricoltore»

LUOGOSANTO. Un successo conquistato a piccoli sorsi. Inebriante e dalle mille sfumature come i vini che produce nella collina di Siddùra. Da principe del mattone in Costa Smeralda a signore del vino nel mondo. Massimo Ruggero, 46 anni, è un imprenditore con le mani che profumano di terra. Nell’azienda arrampicata tra i graniti di Luogosanto e la macchia mediterranea non è solo il manager. È agricoltore, vinificatore, operaio. Nessuno pensi a lui come a un uomo dai modi snob solo perché è arrivato al top. I suoi occhi di mare sono custodi espressivi e silenziosi di una vita di sacrifici. Di chi voleva che i genitori si gonfiassero il petto d’orgoglio parlando di lui, anche se aveva abbandonato gli studi superiori. Di chi a 11 anni già lavorava come garzone in una bottega del vino a Olbia, dove è nato. A 14 impastava cemento sotto il sole per costruire la villa degli altri.

A 23 anni, quando sposa la moglie Ezia, non aveva una casa né una macchina. Oggi, come lui stesso dice, fa invece un lavoro che è anche il suo hobby. Almeno una volta alla settimana sale su un aereo e va a raccontare nel resto d’Italia e nel mondo le emozioni di Sardegna che imbottiglia in 200mila esemplari. Bianchi, rossi e rosé, ultima creatura di casa Siddura. Due gli incontri che segnano la vita di Ruggero. Il primo con Salvatore Derosas, bottegaio del vino a Olbia, primo datore di lavoro quando ancora frequenta la prima media. Da lui impara l’arte di raccontare i vini come storie di vita, passioni, uomini e identità. L’altro nel 2007, quando Nathan Gottesdiener, ricco imprenditore tedesco della moda, lo vuole come socio per creare una azienda vinicola. Una folgorazione. Torna a casa e dice alla moglie: “Da domani divento agricoltore”.

Garzone di bottega. Massimo Ruggero comincia a lavorare da bambino. A 11 anni è garzone per la ditta Derpet, bottega dell’olbiese Salvatore Derosas. «Era normalissimo per me, anzi pensavo di essere in ritardo – racconta –. Mio padre aveva iniziato a 8 anni. Il lavoro sin da piccoli faceva parte della cultura di allora. Era una fase importante della crescita, una tappa per diventare uomo. Derosas era un uomo dal carattere un po’ burbero, ma io ne ero affascinato. Per lui i vini non erano solo prodotti. Per ognuno aveva una storia da raccontare, delle emozioni da trasferire ai clienti».

Vita da manovale. Il piccolo Massimo fa tre stagioni nel punto vendita olbiese. A 14 anni diventa manovale. Quasi un passaggio obbligato per molti ragazzi di quell’età. «Io mi divertivo e in più mi pagavano – confessa –. Nel frattempo frequentavo la scuola per diventare ragioniere». Ruggero però abbandona gli studi e non si diploma. «Era così facile lavorare e guadagnare soldi che persi di vista l’obiettivo – ricorda –. Mio padre si arrabbiò tantissimo. Era molto dispiaciuto, ci teneva davvero molto che io finissi la scuola. Mi disse che non avrei fatto mai nulla nella vita». Parole che in lui accendono l’orgoglio. Non si arrende. Decide che non sarebbe stato un perdente. E che avrebbe reso i genitori orgogliosi in un altro modo.

La sfida. «Per me è diventata una sfida. E ho mantenuto quell’approccio in ogni cosa della vita. Guardandomi attorno vedevo che tutti gli amici e i compagni di scuola si erano diplomati. Io mi ripetevo “voglio diventare qualcuno, voglio farcela anche io, voglio diventare meglio di loro”. Un po’ per sfida personale, un po’ con la mia famiglia, un po’ perché volevo che il mio cognome fosse legato a una grande impresa». Il giovane imprenditore del vino punta l’obiettivo. Essere il re dell’edilizia in una Gallura dal cuore di cemento. «Sono diventato tra i migliori capocantiere che ci siano stati in Costa Smeralda, ho diretto una delle aziende edili più importanti di Porto Cervo facendola passare da qualche milione di lire di fatturato a milioni di euro. E poi ho aperto una impresa tutta mia».

La scommessa. Nel 2007, quando Ruggero ha ormai un curriculum blasonato nel mondo dell’edilizia, incontra Gottesdiener mentre sta costruendo una villa. Allora decide che il suo futuro non avrà più il colore grigio del cemento ma del verde delle campagne. «Mi disse che gli piaceva il mio modo di pensare e mi sfidò – spiega –. “Vediamo quanto sei intelligente e quanto riesci a metterti in gioco in un settore che non è il tuo e nemmeno il mio. L’agricoltura”». Ruggero torna a casa e annuncia alla moglie. “Cambio lavoro, divento agricoltore”.

Senza casa. Nella vita di mister Siddura la moglie, Ezia Azara, è una presenza preziosa. La sposa quando ha 23 anni e per lei si trasferisce a Monticanaglia, frazione di Arzachena. «Non avevo nulla, né una casa, né un’auto. Mio suocero ci regalò un pezzo di terra con un piccolo grezzo iniziato. Dopo due anni avevo la prima casa, dopo cinque altre tre. Mia moglie mi è sempre stata vicina, anche nella scelta di cambiare lavoro».

Verde vigna. La proposta di Gottesdiener sbriciola le certezze da imprenditore edile. Il futuro di mattoni per Ruggero non ha più il fascino del passato. Tra l’altro la crisi del blocchetto comincia a mostrare la fragilità di un’economia destinata al crollo. Le viti e i grappoli di uva spengono l’entusiasmo per le betoniere. «Inizialmente ero diffidente, lo ammetto – confida –. Infatti non ho chiuso subito la mia azienda. Non avevo ben capito il progetto visionario e lungimirante di Nathan. Spesso si pensa che gli investimenti dei ricchi imprenditori esteri siano solo un capriccio. Lui invece voleva creare una azienda che andasse oltre il business. Che parlasse di storia, di identità, emozioni, tradizioni ma che guardasse anche al futuro. Così è nata la cantina Siddura». Ruggero non dimentica le critiche incassate. «Per alcuni ero il custode di un signore ricco, il servo di un padrone straniero. Non credevano che io potessi essere socio alla pari, avere idee, capacità. Mi sono messo in gioco con passione e umiltà. Ho rischiato. Passavo da un mondo in cui ero un leader a un altro in cui ogni mia affermazione poteva essere messa in discussione da chiunque. Non conoscevo

l’agricoltura. Non sapevo come si facesse il vino. Nathan mi ha dato fiducia, ha scommesso sul mio talento e la mia determinazione. E poi ho studiato tutto sul campo, partendo dal basso. Mi sono sentito subito figlio della campagna. È parte di me. E io la ringrazio di avermi accolto».

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