L’autore della foto da record: «Nell’isola altri 100 Banari»

Ceraglia ha riunito in uno scatto 570 persone: un miracolo, lo capisco solo ora

BANARI. Sabato sera, alle 19.22, ha “congelato” 570 banaresi in uno scatto da Guinness dei primati. Una performance artistica e tecnica di prima grandezza, ma anche un manifesto vivente contro lo spopolamento. E una miniera dentro cui scavare a piene mani per infiniti progetti futuri. È ancora tra il frastornato e il sognante Marco Ceraglia, fotografo professionista e artista visuale, base a Sassari e anni dedicati anni alla ricerca sociale e alla relazione tra individuo e comunità di appartenenza. Con il cuore a Banari, il microscopico comune sulla collina di Pal'e idda, nel cuore del Meilògu teatro della sua impresa, e la testa già proiettata al “dopo”, che si annuncia anch’esso da primato.



Non è facile trovare il suo telefono libero.
«È una cosa da non credere. Che non avevo previsto. Subito dopo lo scatto mi ha chiamato un amico dal Continente per farmi i complimenti. Mi ha detto che aveva visto tutto in un tg nazionale. Pensavo mi prendesse in giro. Ora mi cercano da tutta Italia».

Dopo la foto che è successo?
«Se metti tutto un paese dentro una piazza non può che venire fuori una grande festa. Abbiamo fatto l’alba tra abbracci, racconti, ricordi, birre fresche e vino nero. Nessuno voleva andare via. E alle 8.30 ero di nuovo in piazza con tutta la squadra. C’è da smontare il palco, ora inizia la festa patronale. E su queste cose nei paesi non si scherza».

Un ringraziamento a san Lorenzo per non aver fatto piovere?
«Quando nel pomeriggio ha iniziato a tuonare ho pregato tutti i santi. Sarebbe stato un disastro. Si vedrà nel docufilm che realizzeremo raccontando tutta la preparazione dello “scatto”. I miei collaboratori mi dicono che non avevo una gran bella faccia».

Anche poco prima del clic iniziava a essere un po’ teso.
«Il tempo scorreva inesorabile. Chiaramente non volevamo mettere pressione o fretta a nessuno, la presenza della gente in piazza era un regalo. Ma a un certo punto il sole stava per tramontare. I numeri sull’esposimetro calavano. E gli ultimi ancora salivano a passo lento. Sa, c’era la Novena. Mi sarei messo a urlare, ma per fortuna ero lontano dal microfono e il mio staff era molto più calmo di me».

Da quanto tempo aveva quest’idea in testa?
«L’idea di un grande ritratto da anni. Poi ho iniziato a concertarmi sul tema dello spopolamento, delle comunità di appartenenza, e allora ho pensato: perché non fotografare un intero paese».

Perché Banari?
«Abbiamo pensato a vari paesi, Banari era tra i favoriti perché è un borgo piccolo ma culturalmente molto attivo, pronto a recepire un’iniziativa che comunque richiedeva grande partecipazione. Ma alla fine a conquistarmi è stata la luce. Io raramente ho visto qualcosa di più bello di un tramonto sul belvedere di Banari».

Per preparare uno scatto di un secondo quanto ci è voluto?
«Abbiamo iniziato a gennaio. Mi ricordo ancora le riunioni al freddo insieme agli amici di OrdinariMai, l’associazione culturale che presiedo. E le chiacchierate col sindaco Antonio Carboni. Tutto il merito del successo dell’operazione è suo. E chiaramente dei banaresi».

Qualcuno è arrivato da New York.
«Il mitico Aurelio Piu, siamo andati a prenderlo in aeroporto e ci ha abbracciato. Non la smetteva più di ringraziarci. Molti sono rientrati dall’Australia, o dalla Germania. Ma la parte più impegnativa è stata convincere i banaresi a farsi conquistare in questa follia».

Come ha reagito la comunità?
«La vera emozione, e anche la risposta che cercavamo, è stata proprio questa. Il paese si è impadronito di questo evento. Che da performance culturale, artistica e tecnica, con rimandi anche importanti, si è trasformata nel grido di una comunità. 570 persone, praticamente tutti i residenti di Banari, dagli utranovantenni portati dai volontari in ambulanza, ai neonati hanno gridato: «io esisto». E poi hanno fatto festa insieme».

Ha coperto le facce con dei numeri.
«In uno dei due scatti le facce erano coperte da cartelli, con numeri casuali. È la rappresentazione di come gli altri ci vedono. La protesta. Ma la foto vera è quella con le facce. Una foto fatta di 570 foto, perché di ognuna di quelle persone abbiamo registrato il nome, conosciamo la storia. Perché ognuno ha deciso di esserci, senza avere nulla in cambio».

Più che una performance artistica sembra un manifesto politico.
«L’arte è politica. L’arte può cambiare le cose, o almeno indicare la strada. Soprattutto quando ha la fortuna di diventare, per una congiuntura di tanti piccoli miracoli, universale. Banari può essere un paese della locride, un borgo siciliano, un comune della Lucania. In Sardegna ci sono cento Banari, in Italia mille».

Che farà ora?
«Prima di tutto finiamo il lavoro. C’è da realizzare un docufilm, dove raccontiamo qualche pezzo delle storie che abbiamo raccolto. Un libro, una mostra itinerante».

Il maxi cartellone da mettere sulla 131?
«Certo. Si immagina che potenza può avere l’invito a visitare un paese fatto da tutte quelle facce?».

Ha mai avuto paura di fallire?
«Per assurdo la paura, il terrore direi, mi viene ora. Mi rendo conto di quante erano le variabili che non potevo controllare. E che bastava che un vecchietto si attardasse altri 5 minuti per far tramontare il sole. Ma mentre lavoravamo era troppa l’adrenalina».

Farà altre foto da Guinnes?
«Può darsi, la serialità è una parte importante dell’arte contemporanea. Quel che è certo è che questo discorso è appena iniziato. E non è già più sotto il mio controllo. La foto è una strada, una piccola idea. Ma dietro c’è il grande sogno che siano le comunità a salvare loro stesse. Con coraggio, creatività. E con un grande sorriso».

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