Giulio, l'angelo sardo delle ambulanze: "Genova è sotto choc, ma si riprenderà"

Giulio Corradini è di Sardara e vive in Liguria: "L'allerta meteo ha tenuto a casa tante persone, su quel ponte potevano esserci molte più auto"

SASSARI. In 30 anni il dolore l'ha toccato con mano molte volte, ha visto città sgretolate dal terremoto, ha visto la natura ribellarsi alla mano dell'uomo. Ma un ponte che si schianta al suolo come i mattoncini della Lego non l'aveva mai visto. Eppure, già alla prima chiamata alla centrale della Croce bianca di Rapallo, la portata del disastro era apparsa in tutta la sua chiarezza. Giulio Corradini, 54 anni, di Sardara, da una vita in Liguria, confessa che le previsioni erano persino peggiori.

«Quel ponte io l'avrò percorso un migliaio di volte. E non mi ha mai dato garanzie di stabilità, perché c'erano sempre cantieri, lavori in corso. Ma in assenza di alternative tutti a Genova e dintorni passavano di lì perché è uno snodo cruciale. E la vigilia di Ferragosto normalmente è invaso anche dai bus turistici. Infatti il numero delle vittime sarebbe stato nettamente superiore se quel giorno non ci fosse stata l'allerta meteo della Protezione civile: c'era un nubifragio, tanti sono rimasti a casa». Giulio ha appena finito il turno alla centrale operativa, da dove coordina il lavoro delle 22 ambulanze della Croce bianca dopo averle guidate per molti anni.

«La mattina del 14 è arrivata una telefonata "è crollato il ponte". Abbiamo fatto un riunione, dopo 20 minuti i nostri mezzi erano sul posto. Tranne uno: avevamo un'ambulanza in giro e sarebbe dovuta passare proprio sul ponte Morandi. Il nostro collega però non c'era ancora arrivato: un paio di minuti ancora e ci sarebbe stato anche lui tra le vittime».

Giulio descrive una mobilitazione straordinaria «è questo il bello di Genova, tutti vanno a dare una mano, è successo anche in altre occasioni terribili come durante l'alluvione e anche stavolta è stato così». Ma è dura, durissima. «Le ruspe scavano là sotto, sotto le montagne di calcestruzzo, perché ci sono ancora auto accartocciate. E i vigili del fuoco hanno paura e procedono con cautela e delicatezza: sino a ieri si sentivano delle voci debolissime, richieste d'aiuto. C'è la speranza, sempre più flebile con il passare delle ore, di trovare qualcuno ancora in vita. È molto difficile, ma a volte i miracoli accadono». Ma nel frattempo c'è da pensare a chi non c'è più, ai 38 morti ufficiali e 1 ancora senza nome, i cui funerali saranno celebrati oggi 18 agosto.

«La camera ardente allestita in ospedale è stata trasferita alla Fiera- racconta Giulio - e lì è una processione di parenti e amici. Persone da sostenere con il supporto degli psicologi: sono sotto choc ed è necessario stare al loro fianco. Così come è importantissimo stare vicino ai sopravvissuti, alla gente che stava sulle auto e sui camion. Il tempo sul ponte si è fermato: nessuno si azzarda a spostare i mezzi, il rischio di crolli è altissimo. E là sotto ci sono tante case. I residenti sono stati allontanati e alloggiati provvisoriamente altrove. Bisognerà trovare una soluzione anche per quelle famiglie perché le loro case saranno certamente abbattute». Ma Genova e i genovesi ce la faranno, assicura Giulio. Che tra una chiamata e l'altra ai parenti in Sardegna «la mia famiglia, i miei

cugini, vivono tra Sardara, Iglesias e Sassari, io sto qui da molti anni ma i miei affetti sono rimasti nell'isola», ricorda il grande coraggio mostrato dalla comunità dopo le alluvioni, nel 2011 e nel 2014: «La città ce la farà, riuscirà a risollevarsi e a ripartire. Anche questa volta».

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