Suinicoltura, stop agli allevamenti domestici

La legge contro la peste suina vieta alle aziende familiari il possesso dei capi da riproduzione

NUORO. Dietro il titolo della legge 495, “Disposizioni per la valorizzazione della suinicoltura sarda”, si cela una delle pochissime norme votate all’unanimità dal Consiglio regionale della Sardegna. La norma, che punta a valorizzare il settore e a estirpare definitivamente l’atavica piaga della febbre suina africana, è stata accolta positivamente da tutti. Tranne che per un piccolo ma significativo dettaglio. L’articolo 4 del provvedimento, licenziato lo scorso 2 agosto, rischia di diventare la pietra dello scandalo.

La questione è semplice: d’ora in avanti le aziende familiari non potranno più avere dei capi da riproduzione. Via le scrofe e i verri dunque. Chi vorrà allevare i maialetti per consumo familiare (sino a un massimo di quattro capi) potrà farlo ma dovrà acquistarli, ingrassarli e macellarli. La prescrizione è stata accolta con una buona dose di fastidio nelle zone del nuorese e dell’Ogliastra in cui allevare maiali per il consumo familiare è una tradizione che risale alla notte dei tempi. Il sindaco di Talana, Franco Tegas che già durante l’iter della legge aveva espresso critiche torna alla carica. «Ritengo che la legge in linea di massima raccolga le istanze che vengono dal comparto e ritengo che potrebbe dare risultati importanti all’economia del nostro territorio. Non bisogna comunque dimenticare che il settore suinicolo ha sempre rappresentato fonte di sostentamento familiare, e rappresentare un fatto culturale, un costume della società agropastorale» scriveva ai consiglieri regionali prima dell’approvazione. Concetti ribaditi anche ora che la legge è realtà e condivisi dall’ex sindaco di Urzulei Giampaola Murru sulla pagina Facebook “Il grillo di Urzulei”. «Con questo articolo di fatto viene posta una pietra tombale su un uso delle nostre comunità. Non sarà più consentito detenere un capo riproduttore che garantirebbe la sopravvivenza dell’allevamento familiare, evitando di rivolgersi al mercato» incalza Tegas che non comprende le ragioni che hanno spinto il legislatore ad inserire questa norma. «Probabilmente – ipotizza – l’accelerazione data dalla giunta e dall’Unità di progetto rispetto al problema della peste suina africana, ha condizionato le scelte. Ma c’erano altre maniere». L’assessore regionale all’Agricoltura Pier Luigi Caria rivendica l’azione congiunta di esecutivo e consiglio che ha portato all’approvazione di uan legge sottoscritta da tutti i gruppi consiliari. «Abbiamo finalmente un sistema di regole che prima non esistevano. Il percorso è stato caratterizzato dalla condivisione a partire dalle audizioni in commissione» dice. La legge, compreso il controverso articolo 4 consentirà di avere una filiera certificata senza precludere la produzione familiare. «Non è un limite: allevare maiali per il consumo domestico non è vietato ma la produzione familiare tale deve restare. Se uno vuole fare azienda - osserva Caria – c’è un altro modo, ed è quello previsto nei dettagli dalla norma approvata da tutta l’assemblea». A Cagliari sono convinti che queste nuove disposizioni riusciranno ad eliminare sulla zona grigia fatta di allevamenti, compravendite e macellazioni clandestine. Un sottobosco con spazi d’ombra dove puoi annidarsi la malattia che la Regione sta cercando di debellare. E da Fonni, altro centro dalla zona rossa (area
dove la peste è considerata endemica) il sindaco Daniela Falconi, che pure avrebbe gradito un maggiore coinvolgimento degli attori locali, valuta positivamente. «Ora però – sottolinea – occorro dare una giusta copertura finanziaria alla legge e puntare alla valorizzazione del settore».

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