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No ai controlli antidoping Annullato il palio Su Fenu

I cavalieri non corrono. Duro il sindaco: «Il regolamento va rispettato»

NUORO. «Le norme vanno rispettate – dice Ennio Arba – se il regolamento della corsa stabiliva controlli a campione sui cavalli in gara andava rispettato». All’indomani del palio annullato per mancanza di concorrenti, in fuga dopo l’annuncio del veterinario dell’Assl di voler effettuare controlli antidoping al termine della corsa, il sindaco di Urzulei non cerca scuse, ma va dritto al cuore del problema. Non parla di danno d’immagine per l’annullamento della corsa d’agosto tra le più famose d’Ogliastra, il palio Su Fenu, quest’anno alle 36esima edizione, ma è evidente che per il Comune è stato un colpo allo stomaco. Dall’altro lato, il comitato organizzatore smentisce il caso doping: «I cavalieri si sono rifiutati di correre dopo aver visto le condizioni del percorso di gara – dice Stefano Cabras, presidente dell’associazione ippica Su Fenu – purtroppo il maestrale aveva reso molto asciutto il terreno, rendendolo particolarmente duro».

Ma come è andata veramente sabato 25 agosto a Urzulei? Per quale motivo poco prima della partenza c’è stato un fuggi fuggi tra i cavalieri che si erano appena iscritti alla gara dei purosangue? Per capirlo, occorre anzitutto dire che il mondo delle corse ippiche in tutta la Sardegna e in particolare nell’interno si è dato da tempo regole precise in materia di antidoping, accettate dai più e difficili da aggirare. È il caso dei palii aderenti al circuito Airvaas, riservato alle corse di anglo arabi, le più diffuse, dove da quattro anni al termine di ogni gara c’è il test obbligatorio per il cavallo primo classificato e per un altro scelto con estrazione. Accade in una dozzina di comuni, da Oliena a Sedilo, da Orgosolo a Orune, da Bono a Ottana, per fare qualche esempio. O a Nuoro, dove proprio sabato si è svolto il palio del Redentore e a fine gara il test antidoping è stato effettuato senza sorprese.

Ma Urzulei è fuori dal circuito Airvaas, e infatti il palio di Su Fenu non riguardava gli anglo arabi, ma i purosangue. Principalmente i purosangue, va detto, perché nel manifesto della corsa era stata inserita anche la categoria cavalli locali (cioè sardi) con un montepremi decisamente inferiore alla categoria regina, dove il primo classificato avrebbe incassato 5000 euro. Nel manifesto era anche indicato, ma solo a proposito dei cavalli locali, che tra i primi quattro classificati uno scelto tramite estrazione sarebbe stato sottoposto a controllo. E infatti il comitato organizzatore aveva chiesto un solo test antidoping all’Unirelab di Milano, l’unica struttura in Italia a poter fornire questo tipo di servizio.

In una giornata caratterizzata da una massiccia presenza di forze dell’ordine, a cambiare le carte in tavola ha pensato il veterinario dell’Assl, il quale dopo aver appreso che era disponibile un solo kit per il test antidoping ha deciso che dovesse essere utilizzato per i purosangue, cioè per la categoria con il premio più alto e con la maggiore partecipazione (al momento c’erano già sette iscritti) e non per i cavalli locali (dove gli iscritti del resto erano pochissimi, 4 o 5). Di quest’ultima categoria, inoltre, l’Assl sarebbe venuta a conoscenza solo al momento della gara.

Nonostante le proteste, con determinazione il veterinario non si è spostato di una virgola, ma a quel punto tra i cavalieri e i proprietari dei purosangue c’è stato un fuggi fuggi discreto quanto inesorabile (non dopo essersi fatti restituire i 150 euro di iscrizione). C’è stato chi ha accampato la scusa del terreno diventato troppo duro a causa del maestrale, ma era abbastanza evidente che in materia di doping più d’uno non avesse affatto le carte in regola.