Nella posta di Paolo c’è una lettera del Papa

Francesco emoziona il giovane oristanese malato di Sla con parole profonde e umane

ORISTANO. C’è posta per Paolo. Il ragazzo oristanese di 20 anni malato di Sla ha ricevuto ieri una lettera speciale accompagnata da un dono sperato, ma forse inatteso. Nonostante la firma sia di Monsignor Paolo Borgia e rechi le insegne della Segreteria di Stato Vaticana, i pensieri espressi tra le righe di quel testo assai profondo nel contenuto e pieno di comprensione umana sono di Papa Francesco. È il Santo Padre che parla a Paolo Palumbo. È il Santo Padre che ha spedito a Paolo assieme alla lettera anche una croce benedetta e una foto con un sorriso carico di gioia e di fede.

Paolo Palumbo, suo malgrado, è diventato quasi una celebrità. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la malattia e il suo corso l’hanno chiamato a vestire i panni di testimonial della lotta alla Sla. Le sue iniziative, sempre supportate dalla famiglia, hanno davvero fatto il giro del mondo e chiamato in causa influenti politici. Ha posato in foto con l’ex Segretario di Stato statunitense John Kerry; è stato a fianco ad alcuni chef famosi – con Luigi Pomata ha dato vita alle ricette per malati di Sla –; ha presentato progetti per aiutare la ricerca e ha avuto contatti diretti sia con il precedente governo che con quello attuale al quale ha fornito una serie di utili indicazioni su come indirizzare le politiche verso i disabili e su come orientare la ricerca che oggi si ferma ai soli malati nella fase iniziale, mentre la sperimentazione non riguarda quei pazienti in cui la malattia è in fase avanzata.



Verrebbe da dire che, per chi affronta la battaglia quotidiana contro la Sla, potrebbero anche essere gesti “normali” dettati dalla voglia di non mollare. Meno normale è, di sicuro, ricevere nella buca delle lettere la risposta del Papa che arriva dopo che Marco Palumbo, il padre di Paolo, per primo aveva scritto al Santo Padre una lettera carica di emozioni in cui raccontava l’esperienza del figlio: «In due anni questa maledetta malattia ha tolto qualsiasi cosa a Paolo: la mobilità degli arti è persa, la parola è incomprensibile e la respirazione peggiora quotidianamente. Questa disgrazia ha messo a dura prova la mia fede perché è inaccettabile vedere il proprio figlio spegnarsi giorno dopo giorno».

È solo l’esordio di una lettera assai che tocca aspetti molto personali e in cui la storia di Paolo è raccontata nel dettaglio. E quei dettagli, quelle emozioni che si sentono vive nelle parole di Marco Palumbo hanno ispirato la risposta di Papa Bergoglio che non si è limitato a una risposta formale, ma si è addentrato nei meandri della fede più profonda. È monsignor Borgia che così scrive: «Paternamente colpito da quanto appreso, Papa Francesco esprime commossa vicinanza e assicura un fervido ricordo all’Altare. Mentre chiede il favore di pregare per Lui, desidera far giungere a te e ai familiari l’eco della Sua spirituale presenza e il dono d’una amicale parola». È un abbraccio non fisico ma scritto. Poi il discorso del Papa si fa teologico: «Il modo in cui viviamo la malattia e la disabilità è indice dell’amore che siamo disposti a offrire. Il modo in cui affrontiamo la sofferenza e il limite è criterio della nostra libertà di dare senso alle esperienze della vita, anche quando ci appaiono assurde e non meritate. Sappiamo che nella debolezza possiamo diventare forti e ricevere la grazia di completare ciò che manca in noi della sofferenze di Cristo».

Altre frasi poi anticipano la benedizione che viene accompagnata da quel crocifisso contenuto all’interno della busta e di quel sorriso che Paolo ora porta con sé. È il sorriso del Papa al quale ha chiesto di ridare speranza. È il sorriso che ora Paolo può solo accennare, ma che rivede in ogni gesto del fratello Rosario che lo accompagna in ogni momento della vita. Braccia e gambe di fratelli che diventano un corpo solo come se già avessero intrapreso il cammino per quella via ora indicata anche dal Papa.
 

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