Sos medici di base: in Sardegna ne mancano 200

Graduatorie ferme e sedi vacanti: l’assistenza è a rischio

SASSARI. Da una parte quelli che mancano all’appello, un numero che oscilla tra 150 e 200, dall’altra quelli a un passo dalla pensione. Sono i medici di famiglia, categoria a rischio estinzione in Sardegna. Il motivo è semplice: non c’è ricambio generazionale perché le nuove leve appena specializzate sono in netta minoranza rispetto ai colleghi a fine carriera, ma anche perché l’iter delle assegnazioni è in stallo. Le graduatorie, in seguito a un ricorso presentato nel 2013, hanno accumulato un ritardo di anni. Al momento i funzionari della Regione hanno pubblicato le assegnazioni relative al 2015. «La situazione è grave, anzi gravissima – dice Giovanni Barroccu, segretario regionale della Fimmg, Federazione italiana medici di medicina generale – e spiace che nonostante gli appelli e i tentativi di collaborazione nulla sia cambiato». Barroccu spiega infatti che in occasione di un recente incontro dedicato a questa emergenza, da parte dell’Ats c’era stata una offerta di collaborazione agli uffici della Regione per sbrogliare in tempi più rapidi la complicata matassa delle graduatorie. «Ma il supporto di personale era stato rifiutato in maniera cortese, con l’assicurazione che gli uffici sarebbero riusciti a venirne a capo da soli. Non è successo. E il quadro con il passare del tempo può solo peggiorare».

Sedi vacanti. Il numero oscilla tra 150 e 200 sul totale di circa 1300: sono i posti vacanti, le sedi cioè non occupate da medici titolari. Nella maggior parte dei casi al loro posto ci sono sostituti «che lavorano in condizioni di estremo disagio per se stessi ma anche per gli assistiti – spiega Barroccu – Un sostituto infatti prende uno stipendio nettamente inferiore rispetto al titolare perché non percepisce una serie di indennità. Questo scoraggia molti colleghi ad accettare l’incarico, soprattutto se la sede è molto distante dal luogo di residenza, perché non è conveniente dal punto di vista economico. C’è da considerare anche che il contratto dei sostituti non può avere durata superiore ai 12 mesi – continua Barroccu – questo complica ancora di più la situazione perché è difficile creare in poco tempo un rapporto di fiducia tra medico e paziente. E se questo fortunatamente accade, il paziente si trova disorientato quando il suo medico va via e al suo posto arriva un altro professionista».Meglio di nulla comunque, considerato che in molti casi la scrivania resta invece desolatamente vuota: «Succede più di frequente nei piccoli Comuni dove il numero degli assistiti è molto basso – spiega il segretario regionale della Fimmg – . In questo caso i medici sostituti rifiutano l’incarico proprio perché non conviene. A differenza dei medici titolari, non possono procedere all’accorpamento dei pazienti di diversi comuni limitrofi sino a d arrivare alla soglia massima di 1500 assistiti, più la deroga del 10%. Tutti questi fattori hanno comportato uno scadimento notevolissimo della qualità dell’assistenza territoriale».

Pensionati e new entry. Alle sedi vacanti si devono sommare quelle che tra poco si libereranno perché i titolari andranno in pensione. L’ultimo calcolo dice entro il 2023 verranno a mancare all’appello dai 300 ai 350 medici: «Sono quelli che compiranno 70 anni e quindi andranno in pensione – dice Giovanni Barroccu – ma a questi bisogna aggiungere quelli, il cui numero non è possibile prevedere, che per varie ragioni lasceranno il lavoro in anticipo». Solo entro la fine del 2018 appenderanno il camice per anzianità di servizio 80 medici, mentre potranno indossarlo 35 specializzati del corso di medicina generale: sulla carta significa che 45 ambulatori potrebbero chiudere. Secondo le proiezioni tra 4 anni circa 300mila pazienti sardi si ritroverebbero senza assistenza di base. Cosa fare per correre i ripari? Per prima cosa occorre aumentare il numero dei posti nelle scuole di specializzazione incrementando le borse di studio, per colmare almeno in parte il divario tra medici a inizio e fine carriera così da
garantire un minimo di ricambio generazionale. E poi, ovviamente, è fondamentale «accelerare i tempi – dice Barroccu – superare gli intoppi burocratici, assegnare le sedi ai medici titolari, fare in modo che ci sia continuità nell’assistenza, alla base di una buona qualità del servizio».

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