In Sardegna niente mensa scolastica per un bimbo su due

Nell’isola poche scuole garantiscono il servizio. Boom della dispersione: 21,2%

SASSARI. La vera sfida è capovolgere la prospettiva e considerare il tempo dedicato alla mensa non più come un optional ma come parte integrante dell’attività scolastica. Come le ore trascorse in aula, nei laboratori o nella preparazione di saggi e recite: partecipare alla mensa – cioè mangiare insieme le stesse pietanze seduti allo stesso tavolo – consente di godere appieno del diritto allo studio, anzi rende più piacevole il tempo scuola. Lo dicono i dati: dove la mensa funziona, è più bassa la percentuale di dispersione scolastica. Così come, nelle regioni dove il tempo peno ha larga diffusione, è più alta la percentuale di ragazzi che ottengono un diploma. Dalla Sardegna arriva la spiacevole conferma di questa correlazione: più della metà dei bambini (51,96%) che frequentano la scuola primaria non ha accesso al servizio mensa, e l’isola – nonostante i passi avanti degli ultimi anni – è afflitta dalla percentuale più alta di dispersione scolastica, 21,2% a fronte del 14% di media nazionale. Non è un caso secondo Save the Children che nel report “(Non) tutti a mensa 2018” fotografa la realtà italiana per ribadire come il tempo-spazio mensa rappresentino un importante strumento di lotta alla povertà educativa e alla dispersione scolastica.

Lo studio. L’associazione ha elaborato lo studio – relativo all’anno scolastico 2017-2018 – sulla base di dati regionali e comunali, con focus sui 45 comuni capoluoghi di provincia con più di 100.000 abitanti, dunque Cagliari e Sassari per quanto riguarda la Sardegna. Sotto la lente sono finite diverse variabili del servizio mensa: si parte dalla percentuale di alunni che hanno accesso per poi approfondire i costi a carico delle famiglie, le tariffe, i criteri di agevolazione ed esenzione. Non solo: il rapporto esamina anche le restrizioni, le eventuali esclusioni dei bambini dal servizio in caso di morosità dei genitori e le buone prassi in termini di partecipazione, educazione, riciclo, promozione della sana alimentazione per esempio attraverso l’utilizzo di prodotti a chilometro zero. Nell’analisi la Sardegna non fa una bella figura: è infatti una delle 9 regioni in cui l’accesso è garantito a meno della metà degli aventi diritto. Con il record negativo di Sassari, dove l’offerta è calata del 3,24% in un anno.

Cagliari batte Sassari. Oltre 30 punti percentuale in più: è questa la differenza tra Cagliari e Sassari per quanto riguarda il numero di scuole che garantiscono il servizio mensa. Si tratta – dice il rapporto di Save the Children – dell’88% degli istituti nel capoluogo regionale, del 56% invece a Sassari. E Cagliari batte Sassari di gran lunga anche per quanto riguarda un altro aspetto del servizio: dal report viene fuori che nel 70% delle scuole cagliaritane i pasti si preparano nelle cucine interne, mentre Sassari si affida sempre a una ditta esterna che fornisce i pasti pronti e confezionati.

Morosi ed esclusioni. Anche in questo caso l’atteggiamento è diverso: mentre Cagliari fa parte del folto gruppo di capoluoghi che in caso di morosità attiva le procedure di recupero crediti, a Sassari in caso di insolvenza i bimbi potrebbero essere sospesi dalla mensa e “costretti” a portare il panino da casa: possibilità divenuta concreta dopo la recentissima sentenza del Consiglio di Stato. Il capoluogo turritano fa infatti parte del ristretto gruppo di 11 città che minacciano di non garantire il servizio agli alunni le cui famiglie sono in ritardo con i pagamenti. Una minaccia che deriva dall’altissima percentuale di morosi – 40,75% contro il 18% di Cagliari
– ma che difficilmente sarà messa in atto, come assicura l’amministrazione comunale sassarese. Se lo augura l’associazione Save the Children che invita a pensare innanzitutto ai bambini: essere “cacciati” dalla mensa sarebbe per loro una umiliazione molto difficile da dimenticare.

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