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Luca Pileri, il designer del futuro che crea le case virtuali

Luca Pileri davanti all’installazione di Bjarke Ingel e Jakob Lange dello studio Big per cui lavora al Burning man in Nevada

Dagli studi nell’isola al master in visual render. Con un passaggio allo Ied e negli Usa «Ora lavoro a Copenaghen e realizzo in ambienti 3d i progetti sulla carta»

ARZACHENA. Costruisce palazzi e piazze senza cemento e mattoni. Solleva pareti virtuali creando spazi reali. A metà tra architettura e design. E lo fa per uno studio di architettura internazionale, al top in avanguardia e sperimentazione. Il Big dell’archistar danese Bjarke Ingels. Da Cannigione a Copenaghen. Luca Pileri, 25 anni, dopo essere stato scelto per uno stage di sei mesi è stato assunto nel comparto Visual render del Big. E su di lui l’azienda punta per sviluppare la nuova frontiera del settore, la Virtual reality.



Il Big incontro. «Lo studio Big dove adesso lavoro monitora i progetti finali degli allievi della Soa – spiega Pileri –. Gli autori di quelli considerati interessanti vengono contattati. Su loro richiesta ho inviato il mio curriculum. Mi hanno contattato per alcuni colloqui via Skype e mi hanno voluto a Copenaghen per uno stage di sei mesi. Una volta arrivato mi hanno messo subito al centro di un progetto che punta a sviluppare un reparto di “Visual artist”». I primi 6 mesi scivolano via rapidi. Lo stage viene rinnovato per un altro semestre. Poi l’assunzione.

Il futuro è virtual. «Il mio lavoro consiste in questo – spiega con semplicità disarmante –. A me arriva il progetto, ad esempio di una casa o di un palazzo in 2D. Io lo ricreo in 3d. Sollevo i muri, creo gli ambienti in modo tale che il cliente possa vedere come il progetto diventerà nella realtà. Produco immagini finali artistiche a cui aggiungo un tocco personale». Ma il futuro per Pileri è ancora più all’avanguardia. «Lo studio sta sviluppando una nuova tecnologia di virtual reality. Facciamo indossare ai clienti degli occhiali e li portiamo dentro la loro casa. Loro possono girare tra i corridoi e le stanze come se fossero davvero al loro interno. Possono dare indicazioni su eventuali modifiche che noi facciamo subito. Sono poche le aziende che fanno questo tipo di lavoro. L’azienda mi ha chiesto di frequentare dei corsi e di specializzarmi in questo settore. Si tratta delle stessa tecnologia già sviluppata per i giochi, come per la Playstation».

Vita da sardo-danese. «Quando mi hanno chiamato per andare a Copenaghen all’inizio non ci credevo – confessa –. Big è un’ azienda con sedi anche a New York e Londra, 500 dipendenti, e il proprietario è un archistar di livello internazionale. Una volta arrivato mi sono trovato subito benissimo, nello studio come nella città. Con me lavorano ragazzi della mia età che arrivano da tutto il mondo. Siamo solo tre italiani. Ci sono molti francesi, americani, polacchi e romeni. Si lavora in team di dieci persone e da subito ti senti parte dei progetti che stai realizzando». Pileri si è già innamorato di Copenaghen. «Una città bellissima, in cui tutti, dall’operaio al manager girano in bicicletta – afferma –. E posso dire che è solo un luogo comune che i nordici sono freddi. Tutt’altro, sono ospitali e accoglienti. Certo resto legatissimo alla Sardegna e a Cannigione. Di certo il colore delle loro acque non è il nostro. E infatti cercherò sempre di tornare a casa d’estate per alcune settimane».

Obiettivo manager. Ai primi di settembre Pileri ha salutato la famiglia e gli amici ed è partito per il Nevada. E con una installazione artistica del suo team ha partecipato al Burning Man, un festival di arte e cultura che dura otto giorni e si svolge dal 1986 a Black Rock city. «Ho vissuto una esperienza unica – dice –. Per me un sogno che si è realizzato. Nel cassetto resta quello di girare il mondo». Volontà di granito e determinazione. Sono queste le qualità che gli fanno tracciare la strada del suo domani. «Non so se in futuro ci potranno essere le condizioni per ritornare in Sardegna – conclude Pileri –. Ora cercherò di restare a Copenaghen per molti anni. Voglio imparare il più possibile. Il mio obiettivo è diventare il manager del mio reparto».