Alghero, Dino Robotti e l’amore per l’abisso. Gli amici: era la sua vita

Il racconto del marinaio che giovedì mattina aspettava il corallaro sulla barca. «Ogni notte rivedo la stessa sequenza, non riesco a capire cosa sia successo»

INVIATO AD ALGHERO. È come lasciarsi andare dentro un cielo capovolto. Non voli, semplicemente affondi. E il blu profondo pian piano ti inghiotte. Quel giovedì mattina Dino Robotti si era calato nel suo abisso verticale, scomparendo sotto la scia di bollicine.

Nel mondo di superficie, sopra una barca, era rimasto Luciano Solinas, il suo amico, il suo marinaio, colui al quale ogni sommozzatore consegna nelle mani la propria vita.

Capo Caccia era una sagoma piccola e lontana, il mare mansueto, silenzio intorno. «Con l’ecoscandaglio avevamo individuato la parete – racconta Solinas – eravamo esattamente sopra. Una scogliera che da 70 metri discende sino a 100. Abbiamo calato otto pedagni, per circoscrivere l’area di pesca. Non più di una trentina di metri quadrati. A me non restava che seguire le bollicine, e aspettare che Dino, dopo circa 25 minuti, mi inviasse la boa di decompressione».

Per raggiungere il fondo, con 70 chili sulle spalle, un sub impiega circa due minuti. È come un astronauta che mette piede in un pianeta ogni volta sconosciuto. E straordinariamente buio. Ma soprattutto, da quel momento, e per 25 minuti, è completamente solo. Lui, la sua torcia, la sua bussola, e i suoi pensieri. Non può gridare “Houston abbiamo un problema”, perché l’unico filo di comunicazione con la superficie è fatto di bollicine. Finché lassù il mare gorgoglia, significa che là sotto c’è vita, e che tutto va bene.

Gianpaolo Moro era uno dei migliori amici di Dino Robotti. Gli ha fatto da angelo custode sulla barca per due anni, andavano insieme a pescare ricci, avevano la stessa passione del mare, delle immersioni. Dice: «Me lo avrà chiesto un milione di volte: ma perché non scendi con me a raccogliere il corallo? E io gli ho sempre risposto che non me la sento. I miei 40 o 60 metri erano sufficienti. Perché quando oltrepassi quella soglia cambia tutto, e non è più uno scherzo. Dino lo sapeva benissimo, ma aveva un amore infinito per questo lavoro, l’aveva ereditato dal padre, uno dei pionieri del corallo, e quando andava giù provava tutta la potenza del mare».

Forse bisogna scendere davvero in basso, toccare il fondo, per risalire e sentirsi leggeri. Scoprirsi minuscoli dentro una cosa immensa, piccoli in un universo liquido e scuro, da squarciare con le rasoiate luminose della torcia. Dicono che scorgere all’improvviso, in questa placenta nera, il fiore rosso più prezioso del mare, sia qualcosa che si avvicina molto alla felicità. «Per questo Dino era così rispettoso del corallo, e conservativo – dice Luciano Solinas – nelle rocce lasciava sempre intatti dei rametti in modo da ripopolarle, e si batteva per una pesca tradizionale, fatta con la piccozza e senza il robot, che deturpa i fondali ed estirpa il corallo. Nel 90 per cento dei fondali che lui perlustrava, c’era già passato il rov. E i disastri che trovava lo facevano imbestialire».

Venti minuti, intanto sono già trascorsi, e Luciano Solinas non perde d’occhio un istante quel cordone ombelicale di bolle d’ossigeno. Con la barca gli va dietro, ogni tanto dà un colpo di acceleratore in folle, perché nell’acqua il suono viaggia veloce, ed è un modo per dire: ehi, tranquillo, sono quassù, sono con te, non ti lascio solo.

D’improvviso il mare sputa su la boa di decompressione. Fa parte della procedura. Significa che il lavoro là sotto è ultimato, ed è ora di ritornare a galla. Il sub era già risalito a 60 metri e chiedeva assistenza per la decompressione. «Ho afferrato il pedagno, e gli ho mandato giù il piombo di 30 chili con la cima madre. Poi l’ho assicurata alla barca». Dino Robotti doveva solo legarsi, afferrare il tubo che dalla barca pompa ossigeno, infilarsi il tubo dell’acqua calda dentro la muta, dire che stava bene nel cavo per la comunicazione, e poi aspettare 3 o 4 ore che la decompressione finisse. Tutto come centinaia di altre volte, un’attesa a mollo nei pensieri e nella stanchezza.

«Quando ho afferrato la corda, – dice Luciano Solinas – mi sono accorto che era molle, e Dino non era attaccato». Allora guarda la superficie del mare, e le bolle ci sono ancora. «Ma dopo due minuti spariscono. E allora ho sperato di essere talmente rincoglionito da averle perse di vista, e con la barca ho cominciato a girare intorno». Ma a increspare il mare c’è solo la scia del motore. A riemergere invece c’è solo una bolla di angoscia, che dallo stomaco invade il petto, poi risale e pulsa nelle tempie, e si fa paura, consapevolezza e poi impotenza. Luciano Solinas prende il telefono e chiama i soccorsi. Poi continua a girare a vuoto per un’ora.

Cosa possa essere accaduto nessuno riesce a spiegarselo. A meno 100 si muore per un minuscolo black out. «In queste notti, quando c’è buio – dice Gianpaolo Moro – chiudo gli occhi e vedo Dino scendere giù, immagino tutti i suoi movimenti, lui che cammina, lui che con la piccozza taglia il rametto. Ripercorro mentalmente tutte le sequenze per capire cosa possa essere andato storto. Non credo l’abbia tradito l’attrezzatura: era pignolo, la ricontrollava cento volte, aveva ricomprato tutto

nuovo, faceva le miscele con estrema precisione, non trascurava un solo dettaglio. E non rimaneva giù un minuto più del dovuto. Era un ottimo corallaro. Credo si sia trattato di destino». La fragilità di un istante sbagliato, gli occhi che si chiudono, le bolle che scompaiono.
 

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