Emergenza infermieri ne mancano oltre 4500

Le cause: concorsi bloccati e stop al turn over. L’Ats dà il via alle stabilizzazioni

SASSARI. Ai test d’accesso al corso di laurea di Scienze Infermieristiche e Professioni sanitarie anche quest’anno c’era la fila: un esercito di giovani – moltissimi dei quali neo diplomati – agguerriti e motivati nell’inseguire il sogno del camice. Ma anche speranzosi di riuscire, dopo la laurea, a trovare subito lavoro: speranza giustificata, considerato che in Sardegna c’è una carenza cronica di infermieri alla quale solo di recente l’Ats ha deciso di mettere una pezza con assunzioni e stabilizzazioni dei precari. Ma colmare i buchi nell’organico sarà un’impresa lunga e quasi impossibile soprattutto per i costi: nell’isola, secondo la Fnopi – Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche – manca almeno un terzo degli infermieri necessari a garantire un livello di assistenza soddisfacente.

I numeri. Gli operatori impiegati nelle strutture sanitarie sono 8870, quelli che mancano sono 4540: soltanto con questi numeri sarebbe garantito il rapporto, giudicato ottimale, di 3 infermieri per ogni medico. Al momento in Sardegna non si raggiunge invece neppure il rapporto di 2 a 1. L’isola non è da sola. La situazione della nostra regione rispecchia infatti quella nazionale che mostra una generale carenza di infermieri: le uniche realtà che hanno raggiunto la media del rapporto 1-3 tra medici e infermieri sono, secondo l’analisi della Fnopi Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Molise e Bolzano. Il resto d’Italia è in deficit di infermieri con situazioni diversificate, dai 9.755 infermieri in meno della Sicilia ai 616 infermieri in meno nelle Marche. Complessivamente, in Italia mancano all’appello più di 51mila infermieri.

Le cause. Dagli operatori del settore in Sardegna arrivano conferme: il problema è noto ed è figlio di scelte compiute in passato. «Lo studio della Fnopi è attendibile anche se il reale parametro da prendere in considerazione non è quello tra medici e infermieri ma tra questi ultimi e i pazienti che ricevono l’assistenza», dice Piero Bulla, presidente Ordine professioni infermieristiche per la provincia di Sassari. Che spiega così la penuria di infermieri: «Da circa 15 anni in Sardegna non si fanno concorsi e sino all’anno scorso la Regione di fronte ai costi enormi della macchina sanitaria, aveva disposto il blocco del turn over. Questi due fattori hanno determinato una situazione di paralisi che è sfociata nel massiccio ricorso ai precari. Soltanto di recente il piano di stabilizzazioni avviato dalla Ats sta almeno in parte contribuendo a sbloccare la situazione. Ma la strada è lunga – spiega Bulla – : anche perché i numeri regionali degli infermieri disoccupati non basteranno a coprire la carenza massiccia in organico. Ma è importante comunque che il percorso sia cominciato». D’accordo con Bulla è Pierpaolo Pateri, presidente dell’Ordine professioni infermieristiche per Cagliari: «Quindici anni fa in Sardegna non c’erano infermieri perché mancavano i corsi di formazione o erano insufficienti per coprire la richiesta. Per questo li abbiamo fatti arrivare dal Sud America e dalla Romania. Poi c’è stato il blocco del turn over al quale si è aggiunto l’effetto Fornero: la presenza di lavoratori con età molto avanzata ha creato ulteriori problemi al sistema a causa delle frequenti assenze non coperte da sostituzioni. Ora – sottolinea Pateri – dopo anni di purgatorio finalmente l’Ats ha deciso di procedere alle stabilizzazioni attraverso un monitoraggio accurato delle criticità, individuando dunque le priorità».

Il piano Ats. Sono 447 secondo il programma dell’Azienda per la tutela della salute i professionisti che saluteranno definitivamente il precariato. A questi si aggiungeranno quelli che rientreranno in Sardegna grazie all’attivazione della mobilità. Basteranno? «Impossibile – dice Pateri – credo che tra assunti in pianta stabile e precari avremo complessivamente
circa la metà delle risorse considerate necessarie. Il rapporto 1-3 non sarà mai rispettato anche perché i costi sarebbero insostenibili. Ma è chiaro che per coprire i vuoti si attingerà in misura sempre più massiccia dal serbatoio di laureati delle nostre Università».



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