Dal barcone all’erbetta: il calcio per ricominciare

A Sassari ecco la Asd Duos Pèdes, una squadra formata da 25 migranti

SASSARI. Yaya ha 19 anni e capelli crespi che si arrampicano verso il cielo. Anche Fatì ha 19 anni, e una pelle d’ebano che si confonde con la notte. Keba invece è più grande. Ha solo un anno in più, ma tanto basta per renderlo più sicuro e spigliato, a dispetto di un fisico, almeno in apparenza, meno prestante. Sono tutti e tre africani, e insieme ad altri ventidue ragazzi arrivati in Sardegna sui barconi, sono la Asd Duos Pédes, società di calcio composta totalmente da cosiddetti “migranti”, che si prepara ad affrontare il campionato di Terza categoria, giocando due partite per volta: una, sul campo, contro gli avversari di turno; l’altra, ideale, contro pregiudizi, paure, indifferenza.

La storia. «Li abbiamo selezionati non solo per giocare a calcio. L’aspirazione è di toglierli dall'inoperosità cui sono condannati nell'attesa che la loro richiesta di asilo sia accolta o respinta», spiega Marco Mura, presidente, segretario, allenatore, factotum della società sportiva che creato il 4 settembre, con l’aiuto della moglie Annina e dell’amico e allenatore in seconda, Domenico Mudadu. «Vorremmo fare di questi ragazzi gli ambasciatori di tutti coloro che arrivano in Europa alla ricerca di una vita migliore; il nostro progetto è cancellare la parola migrante, o perlomeno far capire che dietro quel termine, usato spesso come un’etichetta, ci sono persone». Mura ha giocato a calcio per trent’anni, nei campionati dilettanti. Poi ha smesso e ha preso il patentino da allenatore, valido fino alla serie D. Lavora in banca, non si ritiene un salvatore di persone o di anime, e alla domanda “perché ha deciso di impegnarsi con questi ragazzi?”, risponde secco: «Sono cristiano, non credo ci sia altro da aggiungere».

Il progetto. Da aggiungere c’è che il progetto Asd Duos Pedès mira a portare la squadra nelle scuole, nelle piazze, nei comuni dove si giocano le partite di campionato, per far conoscere la realtà di chi ha sfidato il Mediterraneo e i trafficanti di uomini per avere almeno una chance di vivere in maniera libera e dignitosa. Da aggiungere c’è che il progetto è nato e va avanti con l’appoggio della Figc, «il vicepresidente del Comitato regionale Sardegna, Roberto Desini, ci ha assicurato la massima collaborazione», spiega Mura; che qualcuno sta già dando una mano, «La Dinamo basket, lo sponsor Eye Sport che ha fornito le divise, il patrocinio del Comune di Sassari»; che il progetto ha bisogno di molte altre collaborazioni, istituzionali e private, che aiutino Yaya e gli altri ad affrontare le partite sul campo, ma soprattutto fuori dal campo.

I protagonisti. Finora questi ragazzi non hanno avuto gioco facile. Yaya in Sardegna è arrivato un anno e mezzo fa. Ha pagato mille dinari libici agli scafisti, per avere diritto a 50 centimetri quadrati di speranza su un gommone posticcio che dalla Libia lo ha portato in Italia: tre giorni di navigazione che non ha nessuna voglia di ricordare. Yaya è nato in Costa d’Avorio, ha perso il padre in circostanze perlomeno poco chiare, ed è scappato. Appena ha potuto. Non parla benissimo l’italiano. E fa altrettanta fatica a sorridere. Ma si sforza. E sorride. Con compostezza, tenendo lo sguardo basso. È all'uscita degli spogliatoi del campo di calcio di Carbonazzi, indossa maglietta e pantaloncini, calza scarpette bullonate, e aspetta di poter liberare sogni e muscoli sul quel prato in erba sintetica dove fra qualche minuto inizierà l’allenamento. Sorride anche Fatì. È emozionato. La Guinea Bissau, dove è nato, è lontana anche nei ricordi. L’ha lasciata più di tre anni fa, iniziando una fuga verso la speranza che ha fatto tappa in Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger e Libia. Mesi di cammino per arrivare in Sardegna, su un gommone. Solo. Senza la sua famiglia, di cui non ha più notizie. Fatì gioca da terzino destro, e anche se il suo sogno è davvero quello di fare il calciatore, quando rimette i piedi per terra dice che sarebbe contento se potesse fare l’agricoltore. E poi fra i tanti che indossano una pettorina prima di provare corsa e tecnica sul prato, c’è Keba, convinto tifoso del Barcellona: «Io sono un attaccante. Gioco sulla fascia». È nato in Gambia, e non ha più né madre né padre. A Sassari ha studiato e si è preso la licenza media. Il suo sogno, dopo due anni di attesa in un centro di accoglienza, è farsi una vita in Sardegna: «Voglio lavorare. Vorrei fare il cameriere, in ristorante.
Ho portato il mio curriculum in tanti posti, ma nessuno mi ha richiamato». Per ora lo chiama l’allenatore. Inizia l’allenamento, si entra in campo. E con un pallone fra i piedi i 25 ragazzi africani nutrono il loro sogno. E anche Yaya sorride. A testa alta. Con lo sguardo sul futuro.

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