Gavino Ledda: «I padri devono insegnare i limiti»

Lo scrittore sul caso del bimbo ferito a Siligo da una bomba carta dopo la partita: «Esplosivi a una festa di sport? Degli altri dobbiamo curarci come di noi stessi» 

SILIGO. «È da padre che vorrei parlare. Sono stato padre di un bambino che è vissuto solo pochi mesi. Neanche un anno è durata la sua vita. Si chiamava Abramo, come mio padre, quello di “Padre padrone”. Una creaturina. Se l’è portato via una malattia degenerativa incurabile. Era il 1987, avevo 49 anni. Da padre che conosce quanto è esposta la vita di un piccolo uomo e che sa quanto è forte il dolore quando la fragilità infantile viene colpita da un destino che non puoi controllare: così vorrei dire quanto sento per Matteo». Nel suo studio nella casa di Siligo Gavino Ledda racconta di quando ha saputo del dramma del bimbo di Sassari che lotta per sopravvivere dopo essere stato ferito, dieci giorni fa, da una bomba carta raccolta per strada all’uscita da un campo di calcio. «Ero – dice – sul set del film “Assandira”. Con Salvatore Mereu, il regista, e il resto della troupe giravamo una scena a Dolianova. E’ un lavoro duro questo di recitare. Una cosa che mi ha strappato a me stesso. In queste settimane Gavino è stato come cancellato dal protagonista del film, Costantino Saru, la figura di padre pastore creata da Giulio Angioni nella quale mi sono immerso totalmente. Ma quando qualcuno, al telefono, mi ha detto che cosa era successo quella domenica a Matteo, sono di botto ridiventato Gavino. Mi sono ritrovato il Gavino che aveva perso il piccolo Abramo. Un giovane padre e suo figlio. Un esserino indifeso di fronte alla malattia e io impotente, disperato».

Padre. Gavino Ledda parla seduto nella poltrona di pelle nera che nel suo studio occupa l’angolo della lettura e del riposo, e capisci che la parola chiave è padre. «Che società è – dice – quella in cui a una festa di sport c’è chi si porta appresso una bomba carta che poi esplode in faccia a un bambino? Perché una partita di calcio può trasformarsi in una tragedia? E’ successo a Siligo, ma quante altre volte è accaduto in tanti altri stadi. Proviamo a pensarci un attimo. Il limite. Ecco il limite. Se sai che superarlo può mettere a rischio una vita, dovresti non superarlo. Dovresti tenerlo a casa il petardo. Ma se non capisci che il limite esiste e che tu non devi oltrepassarlo, che cosa significa?». E’ un discorso sul tramonto del principio di autorità quello che Gavino Ledda vuole fare. Lui, lo scrittore che in “Padre padrone”, pubblicato giusto a metà dei turbolenti anni Settanta, ha assestato colpi durissimi contro il principio di autorità incarnato dal genitore pastore, ora, in qualche modo, rovescia il discorso. Contro il patriarca Abramo era giusto ribellarsi, ma dopo Abramo che cosa è venuto? Che cosa ha sostituito l’autoritarismo di una società ancora bloccata – in Sardegna come nel resto d’Italia – dentro i confini della tradizione? «E’ venuto – risponde Ledda –un mondo, quello in cui viviamo, dove all’antico e ingiusto codice repressivo si è sostituito un consumismo senza senso sorretto da un malinteso. Il malinteso è che la piena soddisfazione del sè significhi assenza di regole, mancanza di ogni senso del limite. Tocca proprio a me, allora, dire che forse all’uscita dello stadio, dieci giorni fa a Siligo, se ci fossero stati un paio di carabinieri o magari un vigile urbano, sarebbe stato meglio. Lo dico come provocazione. Perché il principio di autorità si incarna certamente nel controllo delle forze dell’ordine (nel caso di cui stiamo parlando, controllo sui tifosi), ma questo non basta. È venuto il momento di ridare forza a principi educativi che rendano gli individui coscienti che il senso del limite non cancella la libertà. Al contrario, ne è uno dei fondamenti. E allora io dico che proteggere i nostri figli è anche non dire loro sempre di sì. E’ mettere loro divieti motivati. Per farli crescere nella consapevolezza che al mondo non esiste soltanto una folla indistinta di “io”. C’è anche il “tu” e c’è il “noi”. Degli altri dobbiamo curarci come ci curiamo di noi».

Padre, quindi. La figura paterna come incarnazione di un principio di autorità che non è autoritarismo, ma fondamento delle relazioni che sono il tessuto di ogni società . «Altrimenti – dice Ledda – non ce la facciamo a vivere insieme. Altrimenti i carabinieri, da soli, non bastano. Ho riflettuto sulla vicenda del piccolo Matteo alla luce del personaggio che interpreto nel film di Salvatore Mereu. Costantino Saru è un padre. E’ un vecchio genitore che si trova di fronte a un figlio che non conosce più nulla dei vecchi codici pastorali. I codici che io ho criticato in “Padre padrone”. È un figlio che vuole soltanto una cosa: fare molti soldi e farli in fretta. Prende l’ovile del padre e lo trasforma in un agriturismo. Vuole spremere la gallina dalla uova d’oro: i vacanzieri che arrivano in Sardegna da Milano o da Monaco di Baviera. E’ tutto falso quello che fa il figlio. Falsi gli arredi in uno stile sardo bastardo; falso il cibo, che delle tradizioni antiche dell’isola non ha più nulla, è comprato al supermarket; falsi i balli in costume, un folklore che riduce l’identità di una cultura millenaria a una miserabile caricatura. Il figlio supera tutti i limiti antichi, ma lo fa senza costruire niente di autentico. Vuole solo denaro. C’è solo lui. Chi ha intorno, a cominciare dal padre, non conta nulla, è uno strumento. Il risultato di tutto questo è un disastro, una catastrofe che travolge persone e cose: fiamme che bruciano ogni cosa. Resta soltanto cenere. Il “padre padrone è morto”, ma
che cosa abbiamo messo al suo posto? Questa era la domanda che Giulio Angioni poneva con il romanzo dal quale Salvatore Mereu ha tratto il suo film. Questa è la domanda, quando ci troviamo di fronte qualcuno che va allo stadio con le bombe e poi un bambino rischia di morire».



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