Fiume Santo, idea biomasse per l’uscita dal carbone

La strategia energetica nazionale: tra sette anni stop al combustibile fossile Alippi, Ep produzione: «Cominciamo dalla riconversione per uno dei due gruppi» 

SASSARI. La chiamano “Sen” che sta per Strategia energetica nazionale: una operazione da 175 miliardi di euro. È stata adottata dal Consiglio dei ministri e stabilisce gli obiettivi del Governo – sotto il profilo industriale e ambientale – per definire il percorso di uscita dal carbone che dovrà avvenire entro l’ultimo giorno del 2025. Da allora non si potrà più utilizzare il combustibile fossile per produrre energia elettrica. È il cammino che porta all’efficientamento energetico, cioè consumare di meno e arrivare a ottenere lo stesso risultato. Per la Sardegna, il “Sen 2017” indica una capacità produttiva di gas, alimentata da centrali di rigassificazione a loro volta sostenute da riserve Gnl, o depositi di stoccaggio gas dalla capacità complessiva pari a 400 Mw.

La Sardegna però – come capita spesso di fronte alle grandi rivoluzioni industriali – viaggia verso l’appuntamento in una condizione di scarsa chiarezza e con un rischio rilevante che riguarda l’unica grande centrale elettrica programmabile presente nel nord Sardegna, quella di Fiume Santo, uno dei siti industriali con maggiore occupazione nel territorio del Sassarese.

Futuro a rischio, quindi, perché le date non sono congruenti, non c’è un piano di regole chiaro. E soprattutto perché la Sardegna è un’isola, è l’unica regione italiana a non avere ancora il metano e i progetti di Terna che contemplano un nuovo “cavo” (oltre a quello già operativo da Fiume Santo) di collegamento Sardegna-Italia meridionale-Sicilia (con collocazione nel sud dell’isola, un lavoro da oltre 2 miliardi di euro sulla cui utilità i pareri sono discordi) prevedono l’inizio della costruzione del nuovo cavo a partire dal 2025 e completamento “a lungo termine”.

«Stiamo guardando con attenzione a quello che succede nel panorama nazionale – afferma Luca Alippi, amministratore delegato di Ep Produzione (titolare degli impianti di Fiume Santo) e principale collaboratore dell’avvocato Daniel Kretinsky, numero uno del gruppo ceco che ha rilevato la centrale da E.On – e abbiamo avviato una interlocuzione con la Regione alla quale abbiamo sottoposto la nostra idea. Una sorta di “passaggio ponte” che prevede la riconversione di uno dei gruppi di Fiume Santo a biomassa. Una operazione che ridurrebbe dell’85 per cento le emissioni di CO2 e garantirebbe la sicurezza degli approvvigionamenti anche nella fase che segue l’uscita graduale dal carbone e precede l’entrata in esercizio del nuovo collegamento con il cavo che unirà la Sardegna con la Campania e la Sicilia».

Una idea, quindi, per superare la fase di incertezza che ha bisogno di tempi adeguati di programmazione per evitare di trovarsi in una condizione di precarietà che può mettere a rischio centinaia di posti di lavoro (sono 400 attualmente quelli garantiti dalla centrale di Fiume Santo tra diretti e indiretti).

«La riconversione a biomassa è più semplice e veloce dal punto di vista autorizzativo – afferma l’ingegner Alippi, un passato in E.On e una conoscenza ottimale del sistema energetico nazionale – considerato che occorrono lavori abbastanza limitati per assicurare un miglioramento complessivo delle prestazioni ambientali».

Sul gas la partita resta aperta. EP Produzione tiene le porte aperte, come aveva annunciato di recente: «Noi ci siamo, e il gas abbiamo dimostrato di saperlo fare».

«La trasformazione di uno dei gruppi a biomassa consentirà anche di mantenere una produzione programmabile – ha sottolineato Luca Alippi – che è compatibile con la metanizzazione della Sardegna per garantire forniture alle famiglie e ai siti industriali. In questo senso noi ci siamo e nel momento in cui il metano sarà disponibile in Sardegna faremo la nostra parte e non ci tireremo certo indietro. Intanto però serve agire subito: alcune decisioni vanno prese nel 2019: l’approvazione in sede europea (già recepita in Italia) delle Best Available Technologies of Reference (Bref) impone importanti investimenti per l’adeguamento degli impianti entro l’agosto del 2021. I tempi di gara di acquisto, approvvigionamento dei materiali e realizzazione impongono la decisione dell’investimento nel corso del 2019».

Sul fronte del gas, invece, c’è ancora strada da fare in Sardegna, nonostante le continue ventate di ottimismo.

«I progetti di metanizzazione dell’isola e eventuali realizzazioni di infrastrutture Lng che possono consentire una generazione elettrica a gas in Sardegna – dice ancora Alippi – non hanno tempi ben definiti, così come non è al momento definito il quadro regolatorio applicabile. Il regime di essenzialità in essere a Fiume Santo terminerà nel 2020 (si tratta di contributi pagati da tutti i cittadini in bolletta che consentono alle industrie che producono energia elettrica di poterlo fare in condizioni agevolate, ndc): per questo nell’idea-ponte che proponiamo c’è l’ipotesi di avere una proroga fino al 2025. Altrimenti si porrebbe un problema di chiusura di Fiume Santo con conseguenze gravi per il sistema elettrico della Sardegna».

In questo contesto, EP Produzione mette le mani avanti e promuove l’ipotesi di conversione a biomasse: «Una soluzione che consentirebbe di avere una fonte rinnovabile (mix pellet-legno, proveniente dalla pulizia dei boschi e da una gestione sostenibile delle foreste riducendo il rischio di incendi, attraverso filiere certificate) e di tutelare posti di lavoro (ridotti notevolmente con altre soluzioni) e le infrastrutture esistenti e collegate alla produzione (il porto con la movimentazione di 18-20 navi l’anno)».

La pianificazione di Ep Produzione per Fiume Santo è in una fase avanzata, a testimonianza di quanta attenzione ci sia per il futuro di un sito produttivo che ha una storia diversa da quella che era stata immaginata. Niente più 5° gruppo a carbone, eredità di Endesa prima ed E.On poi (sarebbe un controsenso ora che fra qualche anno si deve uscire obbligatoriamente dal carbone). EP parla di riorganizzazione e razionalizzazione delle aree del sito industriale (153 ettari) e piano delle bonifiche in fase avanzata in prospettiva anche della restituzione delle zone bonificate (quelle dove sorgevano i gruppi 1 e 2 a olio combustibile) all’uso civile. Quindi disponibili per nuove intraprese.

«Ipotizzare la conversione a biomassa legnosa solida di un gruppo a carbone rispetto ai due oggi attivi – ha rimarcato Luca Alippi – vuol dire un investimento che è attualmente stimato in circa 180 milioni di euro e che per circa due anni, durante la costruzione può prevedere un picco di altri lavoratori impiegati di circa 400 unità. Il nostro obiettivo è quello di mantenere vitale il gruppo di Fiume Santo, con l’ambizione di una “elettrificazione pulita”, sicuramente molto meglio della situazione attuale. È bene ricordare che nel 2015 e 2016 abbiamo investito 40 milioni di euro nelle due fermate di revisione generale e di miglioramento ambientale degli impianti di desolforazione».

Entro il 2018 l’Italia – come gli altri stati europei – è chiamata a predisporre la bozza del Piano Clima Energia da inviare all’Unione Europea che deve tenere conto della riduzione del 40 per cento delle emissioni di gas serra, 32 per cento di energie rinnovabili e 32,5 per cento di risparmio energetico. “Obiettivi sfidanti” vengono definiti, possibili da raggiungere con le rinnovabili che non sono solo eolico e solare. E qui si gioca anche la grande sfida di Fiume Santo, una centrale che è dentro la storia energetica italiana. Uno dei luoghi dove dagli anni Ottanta il
movimento operaio e sindacale ha affrontato e sviluppato vertenze importanti.

Ciminiere e caldaie abbattute, demolite con microcariche, la centrale ha appena chiuso alcune pagine della sua esistenza per andare incontro a un futuro di cambiamenti.

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