Diffamata per una foto «Mi hanno attaccata perché sono donna»

Un’immagine di tre signore sui tacchi aveva scatenato il web Una 36enne le ha difese online e ha denunciato chi insultava

SASSARI. «Perché li ho denunciati? Perché sono stata attaccata. Con un accanimento e una violenza gratuiti. Ed è successo soltanto perché sono donna».

Maria Elena Cuccuru, commerciante sassarese di 36 anni, è una ex amministratrice del gruppo Facebook “Sei di Sassari se...2.0”. È lei la donna che due anni fa aveva risposto a un post comparso sulla bacheca del gruppo dove era stata pubblicata la fotografia delle scarpe con tacco indossate da tre donne durante la processione per la Madonna delle Grazie. L’autore dello scatto aveva accompagnato la pubblicazione della foto con una didascalia: “Belle scarpe da processione”. Probabilmente aveva voluto fare un po’ di ironia sul fatto che non dovesse essere proprio comodo camminare lungo le vie di Sassari con un tacco 12. E infatti in un primo momento i toni del dibattito avevano anche strappato qualche sorriso.

Ma a un certo punto si è andati oltre, soprattutto quando la discussione si è spostata sulla bacheca personale dell’autore della fotografia. Qui, infatti, lui e due suoi amici hanno cominciato ad apostrofare Maria Elena Cuccuru e un’altra amministratrice del gruppo “Sei di Sassari se...2.0” (anche lei intervenuta in difesa delle donne col tacco 12) con aggettivi irripetibili, utilizzando un linguaggio violento, irrispettoso, volgare. Insulti sessisti che hanno convinto Maria Elena a rivolgersi agli avvocati Ivano Iai e Francesco Porcu per formalizzare una denuncia contro i tre uomini.

Alcuni giorni fa il gip di Sassari Carmela Rita Serra, rigettando la richiesta di archiviazione del pubblico ministero Paolo Piras, ha ordinato alla Procura di formulare l’imputazione per diffamazione aggravata.

La commerciante ha grinta da vendere: «È vero che quel post di sfottò non era indirizzato a me ma non cambia. Ultimamente c’è troppa libertà, ognuno pensa di poter scrivere ciò che gli pare senza considerare che su un social network come Facebook il bacino di utenti è molto più ampio di quello che si può trovare dentro un bar. Per questo li ho denunciati, non mi devo vergognare e anzi mi auguro che il mio gesto serva a convincere altre persone a farlo».

Maria Elena Cuccuru è madre di un bambino di 10 anni: «Lotto tantissimo per la parità delle donne, mio figlio tra cinque o sei anni potrebbe iscriversi a Facebook e potrebbe leggere quegli insulti che mi sono stati rivolti. Cerco di insegnargli il rispetto verso le donne, i diversi, gli ultimi. E voglio che sappia che quei tre uomini non sono rimasti impuniti. Tre persone mature, padri di famiglia che mi chiedo quali valori possano insegnare ai propri figli».

«La saggezza popolare ci consiglia di meditare molto prima di parlare – spiega l’avvocato Ivano Iai – perché rivolgersi agli altri comporta una serie di conseguenze sulla sensibilità di chi ascolta, soprattutto nel tempo attuale, dove ci è richiesto di adeguare il linguaggio alle differenze di genere. Sapere che strumenti così straordinari di libertà e diffusione del pensiero possano essere utilizzati per offendere le persone, ed anche in modo grave, è vulnerare la libertà stessa di parola e di espressione nelle forme tutelate dalla Costituzione».

Cosa si aspetta Maria Elena Cuccuru da questa inchiesta? «Mi aspetto che li condannino,
ma non perché voglio punirli. Piuttosto perché serva da esempio, da monito, per far capire a chi usa violenza verbale che le conseguenze ci sono e possono anche essere gravi. E poi, non ultimo, c’è anche una questione di orgoglio e di dignità».

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