Addio a don Bussu il “fratello” dei brigatisti

Lo storico cappellano del carcere di Badu ’e Carros è morto a 90 anni. Nel 1983 appoggiò la protesta dei terroristi detenuti in condizioni disumane

NUORO. «Non sono un pentito né un dissociato». Don Bussu è sempre stato chiaro, mai un pelo sulla lingua. Non ha mai amato i giri di parole. E allora? Quel suo gesto clamoroso? «Certo, lo rifarei» rispondeva fino a qualche anno fa. «Se oggi ci fossero le condizioni di quel Natale 1983, lo rifarei, eccome se lo rifarei!». Timido per natura, persino impacciato spesso, eppure provocatore nato, don Salvatore Bussu, lo storico cappellano di Badu ’e Carros ai tempi di Barbagia rossa e poi delle Brigate rosse, è morto la notte scorsa nell’ospedale di Ozieri, dove era ricoverato da un paio di giorni. Novant’anni compiuti lo scorso 24 gennaio, da qualche anno viveva a Buddusò, nella Casa protetta Maria Immacolata delle Figlie della carità. Questo pomeriggio verrà sepolto nella sua Ollolai (alle ore 15). In mattinata, invece, la salma sarà esposta a Nuoro, nella chiesa cattedrale Santa Maria della Neve, di cui era stato canonico, arciprete e penitenziere. Il rito funebre sarà concelebrato (alle ore 11) da tutto il clero diocesano, in prima fila il vescovo di Nuoro Mosè Marcia.

Lo stesso monsignore che giusto qualche anno fa in una lettera indirizzata ai cappellani d’Italia sottolineava come l’esempio vivente di don Bussu gli fosse servito per capire «ancora di più che i miei gesti di prete, di vescovo, “dentro il carcere non mirano a un risultato di Chiesa, ma di umanità”. Quello che devo cercare di ricordare “è che ognuno, fosse pure un assassino, è sempre un essere umano”». Parole prese in prestito dallo stesso don Bussu, forte dell’insegnamento evangelico di Matteo, “ero in carcere e sei venuto a trovarmi”. «Perciò mi sono messo dalla parte dei carcerati – ripeteva –, sposandone la causa e lasciandomi coinvolgere nei loro bisogni, soprattutto nella loro esigenza di essere considerati uomini». Fratelli. Figli dello stesso Dio padre. Chiunque essi fossero: brigatisti rossi come Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Franco Bonisoli, Mario Moretti, Rocco Micaletto, Massimo Gidoni... terroristi di destra come Pierluigi Concutelli... criminali “comuni” come Francis Turatello o Cesare Chiti e tanti noti delinquenti isolani. «Il detenuto, chiunque esso sia, ha bisogno d’amore, di affetto, di comprensione» ha sempre sostenuto don Bussu, che più volte ha ripetuto: «Io sacerdote non posso dimenticare che il primo Santo canonizzato da Cristo stesso fu un ladro e forse anche un terrorista».

Giornalista sempre “inquieto per Cristo”, direttore del settimanale diocesano L’Ortobene, don Salvatore Bussu è stato anche una prestigiosa firma della Nuova Sardegna. Sua la rubrica domenicale particolarmente pungente “Parole sulla sabbia”. L’ultimo articolo che porta la sua firma è un ritratto di San Francesco d’Assisi, a leggerlo oggi quasi un testamento spirituale di questo prete di frontiera sempre pronto a «scuotere l’indifferenza della nostra società facendo emergere fatti e sollecitando con proposte spesso provocatorie la nostra Chiesa» ha scritto di lui padre Salvatore Morittu, fondatore a Cagliari della Comunità San Mauro, dell’associazione Mondo X Sardegna e della Comunità S’Aspru, nelle campagne di Siligo.

Sacerdote prima di tutto, ma anche cittadino del mondo, uomo di legge e di impegno civile (dopo la licenza in Teologia, si laureò all’università di Sassari, nell’anno accademico 1967-68, relatore fu l’allora professor Francesco Cossiga, futuro presidente della Repubblica italiana), don Salvatore Bussu resterà nella storia della Sardegna e dell’Italia intera per quel suo clamoroso gesto datato Natale 1983. Per una singolare coincidenza quasi tutti i quotidiani del 28 dicembre 1983 riportavano in prima pagina l’immagine di Papa Wojtyla seduto faccia a faccia dinanzi al suo attentatore Alì Agca in una cella di Rebibbia, a Roma.

Nelle pagine interne, invece, ospitavano diversi servizi sullo scandalo sollevato da un umile prete di Ollolai, tale don Salvatore Bussu: il cappellano del supercarcere nuorese di Badu ‘e Carros che si era schierato apertamente dalla parte dei terroristi che da poco meno di un mese digiunavano per protesta contro l’ordine costituito, lo Stato. Fu il primo sciopero della fame dei brigatisti. “Sciopero della messa” fu definito il gesto di don Bussu. Non potendo certo rimanere con le mani in tasca, si era “dimesso” dall’incarico di parroco dei carcerati. Pur di far sapere all’Italia intera che i brigatisti reclusi nei “braccetti della morte” erano sottoposti a un regime tanto disumano quanto “legale”, il battagliero sacerdote era stato costretto ad autosospendersi e a motivare quella sua scelta clamorosa in una lettera esplosiva consegnata all’allora vescovo monsignor Giovanni Melis e all’agenzia di stampa Ansa che sollevò immediatamente un vespaio di polemiche furiose.

«Se da una parte c’è stato un terrorismo delle Brigate rosse – scrisse don Bussu –, dall’altra parte, oggi, per reazione, c’è purtroppo un terrorismo di Stato, certo meno appariscente e più scientifico ma non per questo meno condannabile». Parole dirompenti che scomodarono persino l’allora ministro di Grazia e giustizia Mino Martinazzoli. Don Bussu venne bersagliato da più parti. Tenace e ostinato da buon barbaricino,
lui tirò dritto senza guardare in faccia nessuno. Fino a quando i fatti di Badu ’e Carros non sortirono gli effetti sperati. I “braccetti della morte” furono chiusi e il Parlamento avviò il dibattito che nel giro di due anni portò alla riforma del sistema penitenziario italiano.



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