Smartphone degli indagati sotto l’occhio di un esperto

Omicidio di Ghilarza, l’attenzione si sposta su sms, messaggi social e contatti Si cerca soprattutto di capire come si è sviluppata l’idea di uccidere Manuel

GHILARZA. I segreti del gruppo non sono solo nelle confessioni intercettate nell’auto di Christian Fodde. Dentro i telefonini dei cinque in carcere per l’omicidio di Manuel Careddu potrebbero nascondersi altre verità. Sequestrati al momento dell’arresto avvenuto il 10 ottobre, sono in mano alle due procure, quella di Oristano e quella per i minori. Se nascondano qualcosa di ancora utile per le indagini che appaiono già esaustive, lo dirà una consulenza. Già questa mattina i magistrati che conducono l’inchiesta affideranno l’incarico a un esperto. Dovrà andare alla ricerca di altro materiale “interessante”. Sms, contatti telefonici, messaggi Whatsapp: tutto può ancora essere utile per comporre un mosaico di cui sono stati messe al loro posto tantissime tessere. Quasi tutte. Quel che manca dell’omicidio di Manuel Careddu è la fase in cui nelle menti dei ragazzi si affaccia l’idea del delitto e, in parte, anche quei gesti e quelle azioni che i cinque amici stabiliscono nei giorni in cui hanno già deciso che il ragazzo di Macomer debba essere eliminato per aver osato chiedere loro il pagamento di un debito di droga. I carabinieri del Reparto operativo di Oristano e della Compagnia di Ghilarza hanno sin qui ricostruito, passo dopo passo, le mosse di Christian Fodde, Riccardo Carta, Matteo Satta, C.N. e G.C. Sanno quel che hanno fatto la sera dell’11 settembre dal momento dell’incontro con Manuel al momento del ritorno dal lago Omodeo dov’è stato compiuto il delitto. Sanno quel che è successo nei giorni successivi. Ad esempio, il giorno dopo l’assassinio, il 12 settembre, intercettano anche un dialogo tra Christian Fodde e Nicola Caboni, l’ultimo a essere finito in carcere appena due giorni fa con l’accusa di soppressione di cadavere per aver aiutato l’amico a far sparire il corpo di Manuel Careddu che verrà poi ritrovato il 10 ottobre, un mese dopo l’esecuzione della condanna a morte. Quel che gli inquirenti cercano sono ulteriori conferme e forse i telefonini potrebbero custodirle. Cambierebbe poco nell’ambito del quadro probatorio alquanto pesante. La procura ha già chiarito che le prove raccolte contengono l’intero «film» dell’omicidio; il giudice per le indagini preliminari ha scritto nell’ordinanza che ci sono già «gli elementi per una condanna». Altri dialoghi o conversazioni via messaggio, secondo la procura, non farebbero altro che aggravare le posizioni degli indagati o comunque confermare che una via d’uscita processuale con un ridimensionamento del ruolo di qualcuno è impossibile. Questo avviene mentre Fabiola Balardi, la madre di Manuel, attende il responso dell’esame del Dna che darà un nome al corpo ritrovato
nel terreno di Costaleri. Inevitabile burocrazia in mezzo al dramma; passaggio indispensabile per poter autorizzare la restituzione della salma e chiudere il capitolo del lutto collettivo con il funerale impedendo che Manuel Careddu continui a morire ogni giorno da quell’11 settembre.

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