Dalla terra all’ossario, niente più fiori per il bandito Atienza

Trasferiti i resti del legionario spagnolo amico di Mesina: il mistero della visitatrice

NUORO. Dalla nuda terra all’ossario. Tanto clamore in vita, soprattutto per un anno vissuto pericolosamente. Un bassissimo profilo da morto. Esule anche nel camposanto. In questi giorni di folla per rendere omaggio al caro estinto al cimitero monumentale di Sa’ e Manca di Nuoro, magistralmente descritto da Salvatore Satta ne “Il giorno del giudizio”, per lui non è arrivato neanche un fiore. Neppure posato con discrezione e facendo attenzione a non intercettare sguardi indiscreti da una misteriosa signora che non mancava mai di portare delle margherite bianche davanti al cippo dove era sepolto quel giovane arrivato dalla Spagna. Il suo vero nome era Miguel Prado Atienza, era un ex legionario in fuga che approdato in Sardegna dalla Corsica prima finì in carcere per il furto di un auto.

Miguel Prado Atienza
Miguel Prado Atienza


Atienza e Mesina. Qui conobbe – era il 1966 - Graziano Mesina, già fuorilegge affermato con l’aurea del mito inafferrabile. Così, dopo una fuga rocambolesca con l’ex primula rossa dal penitenziario sassarese di San Sebastiano si unì alla sua banda specializzata in sequestri di persona. Ed era sempre con lui quando morì in seguito ad un conflitto a fuoco con la polizia nella vallata di Osposidda nel 1967. Una battaglia cruenta - raccontano le cronache dell’epoca – che lasciò sul terreno senza vita anche due giovani agenti (i siciliani Luigi Ciavola e Antonio Grassia) in forza ai Baschi Blu.

I resti trasferiti. La salma di Miguel Atienza, che partecipò a due sequestri a scopo di estorsione (Mossa e Capelli) non si trova più in quell’area del cimitero dove venne sepolto nel 1967. I suoi resti come quelli di altri defunti seppelliti nel terreno sono stati trasferiti nell’ossario comune. Destino toccato anche a lui, malgrado una voce popolare riferisse dell’arrivo a Nuoro di una sua sorella che lo voleva riportare in Spagna i resti di quel fratello sfortunato. Inizialmente il suo corpo – come conferma il documento recuperato nei libri dell’archivio del cimitero comunale lo definisce “persona sconosciuta di sesso maschile di Atienza Miguel Alberto”, indicando la zona (3 a), il campo (2°) e la fila (12 esima) e il numero (196). Poi nella stessa scheda alla voce Variazioni, sono annotati altri dettagli (“persona sconosciuta – ritrovata la salma in zona di Orgosolo il 25 giugno del 1967 e portata a Nuoro per l’autopsia e identificazione si suppone Miguel Alberto Atienza”). In un altro registro ad interrompere l’elenco dei defunti dai cognomi nuoresi sepolti nel medesimo modo, al numero 118 si cita testualmente “Una persona sconosciuta di sesso maschile” poi indicando i luoghi e i numeri già citati dalla precedente scheda per rendere riconoscibile il luogo esatto della sepoltura.

Graziano Mesina durante la latitanza...
Graziano Mesina durante la latitanza in una foto degli Anni 60


La battaglia a Osposidda. Come andò veramente quel giorno a Osposidda in quella maledetta giornata in cui morirono Miguel Atienza e i due poliziotti non fu mai molto chiaro. Tra le varie versioni che si confrontarono è opportuno ricordare quelle di due tra i protagonisti diretti della tragica vicenda su fronti opposti. Ovvero quella del bandito Graziano Mesina e dell’ex poliziotto Giuseppe Virgona, intervistato il 4 agosto del 2014 su La Nuova Sardegna. Grazianeddu parla due volte del conflitto di Osposidda. La prima nel 1993, nella sua autobiografia, e la seconda in un’intercettazione ambientale fatta nella sua Porsche Cayenne il 2 maggio del 2012. Nel libro racconta che tornava insieme ad Atienza da un abboccamento dopo la liberazione del commerciante nuorese Peppino Capelli. Dunque, dice che con lui c’era solo l’ex legionario spagnolo. «Vedevo poliziotti da tutte le parti» dice. E ancora: «In un attimo ci avevano circondato». Il bandito racconta poi che il conflitto si intensificò la notte e che tentò un bluff dicendo: «Siamo due agenti, ci siamo perduti. I banditi sono tra noi e voi, ci stanno sparando».

Ma il trucco non riuscì. Secondo Mesina Atienza fu colpito mentre si arrendeva. Nell’intercettazione, invece, Mesina fa un racconto diverso. Dice: «Miguel, non ha certo ucciso i poliziotti nel conflitto a fuoco. Aveva persino paura a uccidere gli animali, tanto che non mangiava bestie appena uccise. Quella volta – racconta Mesina – lui mi gridò di non uccidere i poliziotti, a mia volta replicai che li avrei uccisi perché ci avevano sparato due volte contro. Fu un brigadiere a uccidere Atienza. Ma i poliziotti sono morti per mano dei loro colleghi...». La storia che racconta invece Virgona, il poliziotto che disse di aver ucciso Atienza, ha contenuti ancora differenti. L’uomo decide di parlare nel 2014 dopo 47 anni di silenzio per stabilire la verità su quei fatti e per denunciare l'ostracismo che venne fatto nei suoi confronti dalla polizia. “Quasi mi si facesse una colpa di essere sopravvissuto o di avere raccontato ai giudici la verità di quel giorno. E cioè che fummo lasciati soli a combattere contro la banda Mesina. Io, Ciavola e Grassia fummo abbandonati al nostro destino», disse Virgona.
 

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