Daniela Ducato: dal respiro delle cavallette il futuro della bioedilizia

Affascinante dialogo pubblico tra l'imprenditrice Daniela Ducato e la giornalista Ansa Roberta Celot organizzato da Giulia giornaliste al FestivalScienza di Cagliari

CAGLIARI. La filosofia del suo lavoro è avere una filosofia. Con tutti i «libri» cari ai grandissimi del pensiero, da Talete in poi: etica, estetica, natura. Sì, natura: il suo modo di fare edilizia (ma ormai i suoi biomateriali non servono solo per le case) si è ispirato ad esempio alle cavallette. Daniela Ducato, l'imprenditrice sarda che è stata insignita del titolo di Cavaliera della Repubblica dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la motivazione «campionessa mondiale di innovazione, orgoglio della nostra Italia migliore», lo ha raccontato, intervistata dall'Ansa, in un incontro pubblico organizzato da Giulia giornaliste al FestivalScienza di Cagliari.

«Tutto ciò che ci circonda ci può dare un suggerimento - spiega - studiando l'apparato respiratorio di una cavalletta si riesce a capire come catturare l'aria e tenerla ferma. Un meccanismo perfetto che può essere adottato anche dall'industria. Ma gli esempi sono tantissimi. Guardando il mondo con gli occhi di una cavalletta si può fare innovazione». Fiera e orgogliosa delle sue creature: i biomateriali. Ne ha realizzato cento diversi e per questo è stata pluripremiata in Italia e all'estero. Fatti con materiali di scarto. «Preferisco chiamarli eccedenze - osserva - ma se li chiamiamo scarti preziosi, allora sono d'accordo anch'io».

Ma che scarti sono? «Noi lavoriamo le eccedenze senza consumare acqua, senza petrolio, senza consumare il suolo. Non si può usare la terra per avere tutto vegetale: ci vorrebbero sei pianeti. E invece si deve coltivare per il cibo e per i tessili, per mangiare e vestirsi. E poi usare le eccedenze». L'estetica ha il suo fascino, ma l'etica è la base di tutto. «Quando si progetta - sottolinea - bisogna pensare a come nasce il prodotto e come muore. Come ci arriva il materiale che usiamo e che cosa lasciamo in eredità. Tutti ora sono 'biò con tanto di certificazioni. Ma posso raccontare le storie di tanti prodotti bio. E sono storie di bambini e donne in Africa costretti a lavorare in un fiume, che si ammalano per il tipo di materiali usati. E sono storie di corsi d'acqua inquinati».

La sua creatività e le sue innovazioni sono state messe a disposizione delle aziende di famiglia: collabora con La Casa Verde CO2.0 formazione e ricerca, Edizero Architecture for Peace filiera industriale e Agritettura Lab progettazione e prototipazione. Lei, che non si definisce imprenditrice, ma «contadina dell'edilizia». Per sua scelta ha deciso di tenere le «mani libere»: non ha quote e non amministra società, non è in comunione dei beni. Ha scelto di collaborare come esterna alla creazione di prodotti e tecnologie, esterna a tutto: esterna alle aziende. Economicamente precaria ma anche libera di scegliere in autonomia le direzioni da prendere di volta in volta.

«Non ho paura del potere - dice - Anzi. Mi sento di esercitarlo con la forza delle mie idee per contribuire ad un futuro migliore: libera però da ogni condizionamento». La sua patria, per lei che è nata a Cagliari, è diventata Guspini, a una settantina di chilometri dal capoluogo. «Un posto che ho guardato da subito più che come un figlio, con gli occhi di un'amante - aggiunge - uno dei luoghi più belli era ad esempio la biblioteca. La mia festa di nozze l'ho fatta lì. E lì ci riunivamo ogni quindici giorni per pensare, davanti a tè e pasticcini, a progetti per Guspini». E proprio Guspini, anche grazie a lei, è diventata una delle capitali sarde dell'industria 4.0. «Non è vero - argomenta - che toglie posti di lavoro. Aumenta anche le competenze: scambiamo dati con India, Cina e Australia. C'è la massima valorizzazione dell'intelligenza».

Campionessa di innovazione. Ma il suo «social» preferito è il giardino della casa dove abita - con il marito e due figli - nel centro storico

della cittadina nel bel mezzo del Campidano: «Lì mi gusto il piacere del caffè con i vicini, i bambini che vengono a giocare, i gatti - conclude - Ho bisogno di concentrarmi in queste cose senza sentire il suono di un messaggio. Con una eccezione, Twitter». (Ansa/Stefano Ambu)

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