Maria, mamma operaia: «Io, unica donna turnista»

Sassarese, da 30 anni lavora negli impianti Ep Produzione del nord Sardegna: «Mi proposero un ruolo in ufficio, dissi che volevo stare con gli altri. Ce l’ho fatta»

SASSARI. «Quando sono arrivata in centrale mi hanno subito proposto di andare in ufficio, in fondo pensavano di farmi un favore, di agevolarmi. Una donna in impianto allora era una rarità, anzi non si era mai vista. Io ho risposto: sono qui per fare quello che fanno i miei colleghi».

Nel 1989 Maria Lias, sassarese, aveva 23 anni e quasi a sorpresa è diventata la prima donna turnista di una centrale elettrica in Italia. Diplomata all’istituto Professionale di Sassari, sposata e madre di due figlie adolescenti, oggi che di anni ne ha 53 è sempre lì al suo posto, nella sala controllo della centrale termoelettrica Ep di Fiume Santo. É passata per Enel, Elettrogen, Endesa ed E.On. Una decina di lavoratori al turno del mattino nella sala controllo, Maria è ancora oggi l’unica donna turnista nella centrale di fronte al Golfo dell’Asinara. Appuntamento alle 9.30, si presenta puntualissima: divisa rossa, caschetto bianco, cuffia per proteggere dal rumore, scarpe anti infortunio, sorriso e tanta curiosità.

«Cosa devo dire? Non ho mai fatto una intervista, e poi qui in centrale...».

Partiamo dal giorno dell’arrivo a Fiume Santo: trent’anni fa non era normale che una ragazza appena uscita dalle Professionali finisse dritta in impianto...

«Da poco avevo perso mio padre, era un momento particolare per me. Avevo bisogno di reagire e di non lasciarmi travolgere, volevo risollevarmi ma senza impietosire nessuno. L’Enel cercava personale per i gruppi 3 e 4, partecipai al concorso: inizialmente doveva essere un posto, ne presero 30. In mezzo c’ero anche io».

Così diventa operaia?

«Mi mandano a fare la formazione a Cagliari, poi a Bastardo in Umbria. Torno a Fiume Santo e mi spiegano che ci sono possibilità interessanti per andare in ufficio: non lo dicono chiaramente ma era una sorta di attenzione verso una donna. E io li libero subito del problema: grazie, voglio lavorare con gli altri. Preferisco l’impianto».

Una scelta coraggiosa, se n’è pentita subito?

«È stata dura. Ma non ho mai fatto un passo indietro. Mi sono messa in gioco e non c’erano sconti. “Operatore al giro”, si chiama così: manovre, apertura e ripristino valvole, pulizia dei bruciatori. Lavoro manuale in impianto, su e giù nelle scale alla marinara, dovevo passare in spazi angusti. Un lavoro fisicamente impegnativo. Ho sofferto ma sono andata avanti, ho seguito il mio istinto: non volevo stare in ufficio. E così è stato fino a oggi. Ce l’ho fatta».

I colleghi uomini le hanno mai chiesto cosa ci facesse una donna sola lì nel cuore dell’impianto energetico?

«Non ho visto pregiudizi. Mia madre mi ha sempre detto “rispetta per prima cosa te stessa e fai in modo che gli altri rispettino te”. Non avevo idea di che cosa fosse una centrale termoelettrica. Ho avuto la fortuna di trovare colleghi fantastici: mai una presa in giro, nessuno che mi abbia insidiato o rotto le scatole. Neanche nei momenti più difficili ho sentito qualcuno fare le classifiche affermazioni “non è roba per te, lascia perdere”. No, mai. Nessun capoturno ha detto “lei è una donna, non la voglio”. Sono orgogliosa di avere avuto al mio fianco lavoratori che si sono rivelati anche degli amici».

Da “operatore al giro” al banco nella sala controllo della centrale. Cosa è cambiato?

«È stato un passaggio importante, qui dove mi trovo ora diciamo che hai un impegno più mentale che fisico. Si controlla tutta la centrale e si pianificano gli interventi e gli eventuali correttivi in caso di necessità».

Turnista senza pentimenti, quindi? Anche quando si è formata una famiglia?

«Pentimenti no, difficoltà sì. Specie quando mie figlie erano piccole e a Capodanno mi alzavo per andare a lavoro e tutti gli altri continuavano in festa. Mi dicevano: mamma, di nuovo? Ho sempre parlato con loro, le ho coinvolte. Ho spiegato che questo è il mio lavoro, che ogni professione richiede impegno e sacrifici. E che c’è tanta gente che un lavoro non ce l’ha. Mi hanno capita».

Sempre? Mai una contestazione?

«Qualche volta ci hanno pure provato: dai mamma, oggi non andare. Telefona e comunica che non ti senti bene. Ma non volevano in realtà che non andassi al lavoro. Avevano solo voglia di stare un po’ di più con la mamma. Le ho tranquillizzate dicendo che avremmo recuperato dopo. E così è stato».

Ha mai ripensato a quell’offerta di andare in ufficio?

«Me la ricordo sempre, ma oggi rifarei esattamente lo stesso percorso. Amo questo lavoro, mi piace. Non penso di saper fare altro. Sono cresciuta in centrale, ero una ragazza quando sono entrata, oggi sono un po’ stanca, mi piacerebbe riprendermi la vita normale, senza che sia scandita dagli orari dei turni 7-15, 15-23 e 23-7».

Come ha spiegato il lavoro che fa alle sue figlie? Le hanno mai rinfacciato che le centrali inquinano e quindi chi ci lavora viene additato come uno che non ha a cuore le sorti dell’ambiente?

«Ci sono tanti pregiudizi purtroppo. Alle mie ragazze ho sempre raccontato la realtà, anche quando ci sono stati incidenti che in qualche modo ci hanno coinvolto. Ho detto loro che lavoro in un luogo da dove garantiamo un servizio importante per la comunità, assicuriamo una necessità per tutti. Davvero per tutti. E i primi ad avere sensibilità ambientale e attenzione per la sicurezza siamo noi».

Domeniche, festivi, Natale, Pasqua e Capodanno: se lavorate voi possono farlo tutti, anche i dipendenti del settore commercio e della grande distribuzione. Ci crede a questa tesi?

«Assolutamente no. Noi garantiamo un servizio essenziale, come i vigili del fuoco, i medici del pronto soccorso, le forze dell’ordine. Nel commercio è diverso, se ne può fare a meno di andare a fare spesa in quei giorni. E poi c’è il discorso contrattuale e delle tutele che è fondamentale. Credo che chi reclama l’apertura dei centri commerciali nelle feste non lo faccia per una necessità reale. Molti vanno lì solo per passeggiare e trascorrere il tempo: dico che si è perso il senso della famiglia. Prima fratelli, sorelle, gli amici, si incontravano a casa, c’era un circuito affettivo e sociale solido. Oggi se ti vuoi incontrare vai al centro commerciale».

Si è perso il senso della famiglia è vero. E la classe operaia?

«La crisi progressiva del settore industriale ha lasciato vuoti enormi, sono cambiate tante cose. Ma nessuno deve dimenticare che i diritti e le tutele che abbiamo oggi sono frutto delle battaglie, dei sacrifici enormi che hanno fatto il movimento operaio e quello sindacale».

Operaia e mamma, turni da una parte e dall’altra. Non deve essere una passeggiata. Come si è organizzata?

«Ho fatto la scelta di non avere un aiuto esterno a casa. Mio marito l’ha condivisa, ha sempre collaborato. Le giornate sono impegnative, inutile raccontare storie da Mulino Bianco. Quando faccio il primo turno, mi alzo alle 5, sistemo la lavastoviglie, organizzo per la colazione. Preparo quello che serve per le ragazze che vanno a scuola. Da casa esco alle 6.20, bisogna arrivare in centrale almeno un quarto d’ora prima del cambio turno. È importante essere puntuali, un atto di rispetto per chi ha fatto una lunga notte al lavoro».

Dalle 7 alle 15, poi si torna a casa...

«Generalmente arrivo per le 16, sistemo un po’, faccio la casalinga. Amo la mia casa. Vado a fare la spesa, torno e preparo la cena. Vivo intensamente la mia famiglia».

E la notte? È il turno più duro?

«Esco di casa alle 22.15, ho avuto tutta la giornata per sistemare le cose. Giusto un breve riposo nel pomeriggio, a volte ci riesco. Il viaggio da sola un po’ mi pesa. La notte è lunga lunga, quando ero più giovane neanche me ne accorgevo. Oggi serve qualche caffè in più».

Cosa le ha dato questo lavoro che non è scritto nei contratti?

«Parlo di ambiente di lavoro: mi ha aiutato tanto a diventare quella che sono, a capire che soprattutto nelle difficoltà, quando hai bisogno di una mano o solo di una parola di incoraggiamento, la gente – quella vera – c’è».

Ma una donna sola in turno in centrale ascolta e parla di cose di uomini?

«Ma no. Quasi trent’anni di centrale mi hanno abituato a condividere spazi con i miei colleghi uomini. Ma nella giornata ci sono momenti per incontrare altre donne. Quando si fermano le signore delle pulizie io dico ai miei colleghi: “Allontanatevi che sono cose da donne”».

E se una delle sue figlie domani le confidasse che vuole lavorare in una centrale elettrica?

«Non mi opporrei di certo. Sua madre l’ha fatto per tanti anni con sacrificio e grande dignità. Le mie ragazze
sono venute qui con la scuola, hanno visto dove lavoro e cosa faccio, cosa vuol dire gestire un impianto complesso e fondamentale per la Sardegna. Sono orgogliose di me, hanno capito che ho raccontato loro sempre la verità. E questo vale più di tutto».

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