Uccisa dallo yacht, chiesti 10 mesi per il padre

La bimba finì tra le eliche della barca a Santa Margherita. Il pm: condannate il pilota a 4 anni e mezzo

CAGLIARI. La piccola Letizia era sullo scafo, è stata uccisa dalle eliche, le eliche ruotavano spinte dal motore acceso: per il pm Sandro Pili bastano questi elementi, considerati dalla Procura inconfutabili, per inchiodare il pilota dello yacht Thor, Maurizio Loi (60 anni) colpevole del terribile incidente che il 7 luglio del 2015 è costato la vita alla bimba di sette anni, nelle acque di Santa Margherita di Pula. Per il pm la posizione dell’ex campione di windsurf «è chiusa, nessuno spazio di manovra» e le sue responsabilità «sono specifiche e gravissime, non è possibile immaginare una colpa più grave». La pena richiesta: quattro anni e mezzo, nessuna attenuante. Colpevole ma «con responsabilità generiche modestissime» anche il padre della bimba, Andrea Trudu (49 anni) perché «la bambina, insieme alla sorellina di undici anni, era affidata a lui» che si è lanciato in acqua con le figlie gridando “all’arrembaggio” senza tener conto del pericolo: per lui la pena richiesta dalla Procura è di 10 mesi di reclusione con le attenuanti generiche e tutti i benefici previsti dalla legge.

Prima che Pili parlasse è stato sentito a porte chiuse Trudu - difeso dall’avvocato Massimiliano Carboni - pochi minuti interrotti da singhiozzi e lacrime, il tempo di proporre una disperata verità alternativa: «I motori erano spenti - ha detto il padre di Letizia - quando ci siamo tuffati è arrivata un'onda mentre nuotavamo e non ho più visto nessuno. Ci è arrivata la barca addosso, si è portata via mia figlia». Una tesi smentita da numerosi testimoni e dai periti, sulla quale il pm ha insistito con determinazione: «I motori erano accesi - ha detto - se fossero stati spenti la bambina non sarebbe morta». Non solo: «Il motoscafo si trovava a meno di duecento metri dalla battigia e quindi ha violato le norme, è impensabile che fosse più lontano perché non è credibile che si volessero far nuotare bambini per oltre duecento metri». Fra l’altro «Loi aveva fretta - ha sostenuto Pili - una fretta enorme perché doveva scaricare quelli che avevano viaggiato gratis per andare al Forte Village e caricare gli ospiti a pagamento». Aveva fretta al punto da lasciare il motore acceso «malgrado avesse la barca piena di adolescenti gasatissimi, che si buttavano in acqua senza precauzioni». Per l’accusa la «condotta di Loi non è stata lineare, dopo l’incidente è andato comunque al Forte Village, prima di recarsi alla Capitaneria è andato a prendere la fidanzata». Qui il pm è stato durissimo: «I carabinieri l’hanno graziato, per me era una fuga». Come dire, il magistrato l’ha fatto capire, che doveva essere arrestato. In tutto questo Trudu non c’entra, ma «le bimbe di sette e undici anni erano affidate a lui, quindi deve assumersi le sue responsabilità».

Il 28 novembre potrebbe chiedere di essere sentito Maurizio Loi, difeso da Leonardo Filippi, finora bloccato da problemi di salute. Quindi parlerà l’avvocato Guido Manca Bitti, che rappresenta la moglie separata di Trudu e nelle udienze successive gli avvocati Filippi e Carboni.

L'incidente avvenne sotto gli occhi di decine di bagnanti. Loi aveva appena concluso un giro sulla costa di Pula con a bordo l'amico Andrea Trudu con le figlie e i figli di altri amici e conoscenti. Tornato al punto di partenza, a poche decine di metri dalla battigia e comunque all'interno della superficie interdetta dalle boe, Loi fece compiere all'imbarcazione lunga quattordici metri
una rotazione completa, destinata a favorire lo sbarco dei passeggeri, orientando la poppa verso la spiaggia. Il procedimento penale è sostanzialmente incentrato su questa fase: un testimone ha riferito che ad autorizzare lo sbarco sarebbe stato il comandante, Loi nega la circostanza.

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