Più di un prof su tre è precario: allarme all'Università

In aumento i contratti a tempo determinato negli atenei di Sassari e Cagliari

SASSARI. La sensazione è che il sorpasso non sia lontano: lo dicono le percentuali in costante aumento negli ultimi tre anni e l’altrettanto costante diminuzione dei fondi assegnati alle Università. Che avrà una conseguenza immediata: stop alle assunzioni e sforbiciata sui progetti. Per i precari si annuncia un periodo nero: condannati a stare nel purgatorio dei contratti a termine o, peggio ancora, a precipitare nell’inferno della disoccupazione.

La preoccupazione cresce anche nell’isola: nelle due Università il tasso di precariato tra il personale docente cresce dai 5 agli 8 punti all’anno. Tra le diverse figure e contratti ci sono distinzioni da fare, ma al momento le percentuali sono queste: 36% a Sassari, 44% a Cagliari. Rispettivamente 20 e 12 punti in meno rispetto alla media nazionale del 56%: significa che da altre parti i precari sono già la maggioranza.

Docenti fissi e precari. Gli strutturati sono composti da tre categorie: i professori ordinari, professori associati e ricercatori assunti con contratto a tempo indeterminato. Dall’altra parte ci sono i docenti a contratto, i ricercatori a tempo determinato e i titolari di assegni di ricerca. Negli ultimi tre anni, gli strutturati sono calati mediamente di 20-30 unità all’anno, sia a Sassari sia a Cagliari. Mentre per quanto riguarda i non strutturati, a Sassari c’è stato un aumento considerevole di docenti a contratto: 58 in più nel 2018 rispetto all’anno precedente. «Quasi sempre – spiega l’Università – i professori a contratto vengono impiegati per rispondere a esigenze didattiche particolari in termini di contenuti. Spesso si tratta di figure estranee all’ambito universitario che, in virtù delle qualifiche professionali, sono chiamate di anno in anno per la copertura di insegnamenti altamente specialistici».

All’Università di Cagliari, invece, l’aumento è stato equamente distribuito tra docenti a contratto, assegnisti e ricercatori a tempo determinato: «Quelli di tipo B che sono a tempo determinato perché quella è la tipologia di contratto, ma hanno la previsione di una stabilizzazione come professori associati», precisa l’ateneo cagliaritano. Mentre per quanto riguarda «gli assegni di ricerca si bandiscono solo in relazione ad un progetto specifico con finanziamenti che in genere durano un triennio e poi si concludono». Si tratta uno strumento che il legislatore ha configurato come una tappa all'interno di un percorso formativo; di fatto è spesso un trampolino di lancio per trovare occupazioni in altri ambiti, di ricerca e non.

Riforme e tagli. La figura dei ricercatori a tempo determinato di tipo A e B è stata introdotta nel 2010 con la riforma Gelmini: da allora gli atenei italiani hanno subito tagli per 1,3 miliardi e la riduzione del 20%

dei corsi di laurea. L’attuale governo ha dato una ulteriore mazzata, vincolando le risorse da assegnare alla crescita del Pil. Tradotto: in assenza di una ripresa economica tangibile, l’Università e il mondo della ricerca resteranno all’angolo ad accontentarsi delle briciole.
 

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