L’allarme di Legambiente, in Sardegna ricci verso la scomparsa

Barbieri: «Richiesta esagerata, troppi 30 milioni di esemplari pescati ogni anno». Non bastano i regolamenti attuali: l’inizio della stagione a novembre è dannoso

SASSARI. Sono circa trenta milioni i ricci pescati ogni stagione, stima che comprende anche il pescato abusivo. E per gli ambientalisti sono troppi se si considera che la “risorsa”, o meglio la specie è sempre meno presente nei mari sardi. Già dalla scorsa stagione Regione e pescatori hanno trovato una sintonia sull’esigenza di limitare il numero dei prelievi e l’orario; e gli elementi di quell’accordo sono stati riproposti per quella nuova, che ha preso il via due settimane fa. Tutto bene, allora? Affatto, per Legambiente questo non basta per salvaguardare l’apprezzato echinoderma dall’ingordigia umana.

Tradizione tradita. Spiega il perché Roberto Barbieri, presidente del circolo di Alghero dell’associazione ambientalista: «In Sardegna per decenni il tradizionale periodo di pesca e consumo del riccio è stato quello delle secche di gennaio-febbraio. Non solo perché il mare calmo e la bassa marea ne favorivano la pesca, ma perché è il periodo in cui sono pieni e quindi più gustosi. Anche quest’anno la pesca è stata aperta a novembre, quando i ricci sono quasi vuoti, forse anche a causa dell'anomala alta temperatura del mare. Significa che ne occorrono centinaia per riempire una “dannata” bottiglietta di polpa. Ma le norme regionali con conoscono i cicli stagionali del mare».

Aree protette, anzi no. Barbieri trova inoltre assurdo il fatto che ne sia consentita la pesca nelle Aree marine protette («Si chiamano così per qualche motivo, no?») che «nascono proprio per tutelare gli habitat marini di loro competenza. Dovrebbero essere aree di ripopolamento per compensare le perdite causate dalla pesca nelle zone esterne». Sbagliano quindi i pescatori ad affermare che nelle Amp ci sono troppi ricci: «A differenza dei cinghiali, che non hanno predatori naturali (e quindi è l'uomo che deve tenerne a bada il numero), i ricci hanno i loro predatori naturali: sono le orate, i saraghi, i polpi, le murene. Così le decine di milioni di esemplari catturati ogni anno nei mari sardi sono decisamente troppi. Si va a rompere un equilibrio». Un discorso che riguarda anche altre specie «come il polpo, che supporta una catena alimentare di scogliera. Anch’esso andrebbe pescato con parsimonia lasciando che ne godano anche i suoi predatori, come la cernia».

Richiesta spropositata. Quando si parla di ricci si antepongono sempre le istanze di chi da questi animali (che hanno la sfortuna di essere particolarmente buoni) ci guadagna. «Il punto di vista del mare è trascurato in generale – avverte Barbieri – Se le risorse marine continueranno ad essere la valvola di sfogo di disoccupazione, povertà sociale e razzie (legali ed illegali), in un prossimo futuro non ce ne sarà più per nessuno. Gli abitanti del mare non hanno avvocati difensori come le categorie che li utilizzano». Ma c’è un altro problema: «Il fatto che il riccio sia diventato via via di gran moda sulle tavole di ristoranti e privati ha fatto aumentare a dismisura la richiesta di polpa che finisce nei crostini, nella pizza, negli spaghetti. Richiesta che non è facilmente soddisfacibile tramite l’attività dei pescatori autorizzati. Ciò fa sì che si crei un sommerso che sbarca il lunario con il prelievo abusivo».

Scomparsa dietro l’angolo. Morale: bisogna rinunciare all’irrinunciabile? «Difficile ormai pensare di proibire il consumo. Ma si può comunque agire tamponando il problema. Stagione più breve e prodotto totalmente tracciabile, incentivando soprattutto il consumo fresco e non la polpa». Insomma – dice Barbieri – occorre equilibrio. Ci deve pensare la Regione e, per quanto riguarda le Amp, gli organi di gestione». D’altronde nemmeno i pescatori negano la riduzione degli ultimi anni: «Loro stessi riferiscono che i ricci non sono più presenti in diverse aree nei quali per lungo tempo andavano a pescarli, in particolare nel sud dell’isola, tanto che da Cagliari sono costretti a spostarsi nell’Oristanese,
in Gallura, ad Alghero. Credo che sarebbe opportuno limitare la pesca alla provincia di appartenenza». E avverte: «Se non si interviene si va verso la scomparsa quasi totale. Sarebbe un danno enorme per l’ecosistema». E anche per i lavoratori del mare.

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