Uccisa dall’elica, in aula il pilota del motoscafo

La tragedia di Letizia, Loi al giudice: «C’era la musica alta, non sentivo quello che accadeva»

CAGLIARI. Era al timone ma la musica ad alto volume gli impediva di sentire quanto accadeva sullo scafo, mentre manovrava non poteva vedere i bambini che si tuffavano a pochi metri dalla riva col motore del potente Thor ancora acceso. E’ l’ultima, disperata tesi difensiva esposta da Maurizio Loi davanti al giudice Giuseppe Carta, dopo che lo scorso 14 novembre il pm Sandro Pili ha chiesto che il comandante dell’imbarcazione venisse condannato a quattro anni e mezzo di reclusione perché colpevole della morte della piccola Letizia Trudu, sette anni, massacrata il 7 luglio del 2015 dalle eliche in movimento di fronte all’affollatissima spiaggia di Santa Margherita di Pula. Dopo alcune assenze dall’aula legate a problemi di salute, il sessantenne ex campione di windusurf ha chiesto al difensore Leonardo Filippi di poter dire la sua e l’ha fatto con determinazione, ribattendo alle contestazioni arrivate - il pm titolare ieri non c’era - dal patrono di parte civile Guido Manca Bitti. La tesi dell’imputato è chiara: la fase dello sbarco si è svolta in modo caotico, perché dalla posizione di comando dell’imbarcazione non era possibile sapere che cosa accadesse a poppa: «C’era musica, una musica forte che mi impediva di sentire». Così Loi, ha riferito in aula, s’era affidato al nipote, un giovane che stava a bordo insieme agli altri gitanti, perché gli segnalasse i movimenti: «Mi faceva dei cenni, un pollice alzato per dirmi che tutto andava bene». Nessuna violazione delle norme della navigazione, secondo l’imputato: «La boa rossa che si trovava davanti alla spiaggia - ha detto al giudice - non segnalava la distanza minima per le imbarcazioni, era una boa d’ormeggio». Opposte le valutazioni dell’avvocato Manca Bitti, che rappresenta i familiari della bimba contro Loi e Andrea Trudu, il padre della vittima, per il quale il pm Pili ha chiesto dieci mesi: «La verità è che il comandante dell’imbarcazione aveva fretta - ha sostenuto il legale - lui stesso l’ha ammesso, aveva un appuntamento a Forte Village e infatti, malgrado il tragico incidente, ci è andato subito dopo. L’attracco è stato frettoloso, non c’è nulla che possa giustificare quanto è accaduto, la sua condotta è gravissima». Anche il padre della bimba ha le sue colpe: «Ha permesso alla figlia di tuffarsi senza alcuna garanzia di sicurezza». Premesso che la «morte atroce di una bimba non è un danno quantificabile» il legale ha chiesto al giudice Carta che i familiari costituiti nel giudizio vengano risarciti complessivamente con un milione e 550 mila euro, che sarebbero coperti da polizze
assicurative. Nel caso in cui il tribunale affidasse il calcolo al giudice civile, l’avvocato Manca Bitti ha chiesto che vengano disposte provvisionali per 475 mila euro. Il 5 dicembre parleranno i difensori Leonardo Filippi per Loi e Massimiliano Carboni per Trudu. (m.l)



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