Terrorismo in Sardegna, il saudita non parla e spuntano diverse identità

L'uomo è stato interrogato in carcere, ma non ha rilasciato dichiarazioni

NUORO. Neppure un parola è uscita dalla bocca di Amin Al Haj. Il giudice per le indagini preliminari di Nuoro, Claudio Cozzella, incaricato di condurre per rogatoria l’interrogatorio di garanzia nei confronti del presunto terrorista dell’Isis, ha dovuto prendere atto della sua volontà di avvalersi della facoltà di non rispondere. A quel punto il gip ha chiuso il fascicolo e rispedito gli atti al tribunale di Cagliari. Il fermo dell’uomo, nato 38 anni fa in Arabia Saudita e arrestato in maniera rocambolesca lo scorso mercoledì nel centro di Macomer, è stato convalidato due giorni fa dal tribunale del capoluogo isolano.

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Gli investigatori sardi, che si sono messi in azione dopo una segnalazione dei libanesi all’Interpol, stanno cercando inoltre di capire se l’identità fornita dall’uomo, che conduceva un’esistenza irreprensibile nel cuore della Sardegna con sua moglie e i suoi figli, sia quella reale. Amin Al Haj che ieri mattina è stato interrogato nel carcere nuorese di Badu ’e Carros alla presenza dell’avvocato d’ufficio del foro di Oristano, Aluise Barria, avrebbe infatti dichiarato diversi alias, alias che ora sono al vaglio degli investigatori. Anche alla luce di questi dubbi la personalità di Al Haj che se in un primo momento poteva apparire riservata ora viene interpretata come sfuggente.

I suoi comportamenti dimessi, la sua educazione sarebbero dunque serviti a distogliere l’attenzione da quella che, secondo la Dda cagliaritana, era un ferma volontà di mettere a segno un attentato su vasta scala alla vigilia delle festività natalizie avvelenando le acque della rete idrica isolana con sostanze chimiche e cancerogene. Secondo gli investigatori l’uomo oltre ad avere consultato siti di propaganda jihadista, ha tentato più volte di acquistare le sostanze letali sui siti di e-commerce.

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I comportamenti sospetti non erano però sfuggiti alla moglie marocchina Kadija, sposata nel 2012, che in un’occasione, intercettata dalle microspie che la polizia aveva installato nell’alloggio popolare di via Londra lo scorso settembre, si era mostrata preoccupata per la presenza in casa di un non meglio identificato insetticida. Sempre la moglie, del tutto estranea ai fatti contestati ad Al Haj avrebbe più volte eluso le richieste del marito di dargli i passaporti di tutta la famiglia, segno questo della sua volontà di fuggire. Al Haj è in carcere. Nessuno ha potuto avvicinarlo se non il suo avvocato. Non ha potuto parlare con lui neanche il cappellano del carcere, don Giampaolo Muresu.

La notizia dell’arresto del presunto terrorista ha innalzato il livello di guardia e i sindacati di polizia sono intenzionati a chiedere il potenziamento dell’antiterrorismo nell’isola. «Ci fanno piacere gli apprezzamenti per l'arresto del terrorista a Macomer, ma adesso serve rafforzare tutto l'apparato della sicurezza in Sardegna. Bisogna tener presente – dice Vincenzo Chianese, segretario generale del sindacato di ES Equilibrio Sicurezza – che si è trattato di un'azione antiterrorismo che è stato possibile pianificare con largo anticipo mentre, se ci fosse l’esigenza di intervenire in emergenza, in molte zone della Sardegna, purtroppo, non ci sarebbe la disponibilità immediata delle unità operative di pronto impiego antiterrorismo».
 

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