La festa dei romeni di Sardegna: l’isola come seconda patria

In centinaia hanno messo radici e trovato lavoro lontano da casa. Raccontano la difficoltà a integrarsi e il loro amore per la terra che li ha accolti

VILLAGRANDE STRISAILI. I lecci secolari del parco di Santa Barbara hanno ospitato le celebrazioni per il centesimo anniversario della Grande unione, la festa nazionale della Romania. Una giornata di festa che Salvatore Pinna, segretario provinciale della Cgil Nuoro Ogliastra, e Cristina Tanco, responsabile dello sportello stranieri hanno voluto celebrare a Villagrande Strisaili alla presenza di centinai di romeni arrivati da ogni parte della Sardegna e dei sindaci di Nuoro, Tortolì e Lanusei, per incoraggiare la riflessione sulla condizione della comunità romena in Sardegna. Comunità composta in gran parte da donne arrivate nell’isola per assistere gli anziani. L’incontro è servito a trovare un terreno comune su cui confrontarsi per superare le reciproche diffidenze. Ioana Discu è arrivata dal Medio Campidano non solo per festeggiare la ricorrenza ma anche per farsi portavoce di tutte le sue colleghe nel denunciare le difficoltà del vivere quotidiano di donne che a casa hanno lasciato affetti e amicizie.

«Faccio la badante, un lavoro onesto che per molto tempo nessuno ha voluto fare in Sardegna. La disperazione e il desiderio di assicurare una vita migliore a mio figlio mi hanno convinto a partire» ha raccontato Ioana che aveva un lavoro anche in Romania ma lo stipendio non bastava nemmeno per il necessario. La donna ha raccontato il suo arrivo in Sardegna, la solitudine che è andata di pari passo con la nostalgia di casa, il duro lavoro quotidiano e il confronto con chi dall’altra parte, spesso non comprende quanto costi tutto ciò. «In tanti – ha detto – hanno l’idea sbagliata che le badanti possano essere trattate come schiave. Non venir pagate e nemmeno rispettate. Di questi esempi potrei farne tanti non basterebbe un giorno per raccontarli».

Ma per tanti casi di sfruttamento ci sono altrettante storie di accoglienza e integrazione. Amelia Banica abita a Nuoro. Nel capoluogo barbaricino è stata accolta come una figlia. «Quando ho lasciato la Romania avevo le lacrime agli occhi. Ora piango quando parto per tornare a casa» ha detto. I romeni di Sardegna ieri hanno fatto sentire la loro voce e non solo per denunciare le dure condizioni di lavoro ma anche per cantare l’orgoglio di un popolo che, entrato in guerra per affrancarsi dall’impero Asburgico, ogni primo dicembre festeggia l’unione delle province storiche in un unico stato. E quando Lilli Craciun ha intonato le prima note di una canzone popolare, tutti nella sala che ospita il confronto sono scattati in piedi. Giornata di festa e riflessione anche per Andrea Soddu sindaco di Nuoro. Nel capoluogo barbaricino vivono 546 romeni che rappresentano il 42 per cento dei 1298 stranieri residenti. A loro si è rivolto Soddu.

«Sappiamo il dolore e la sofferenza che provate. È la stessa del fratello di mio bisnonno che arrivò in America e passò per Ellis Island. Anche noi abbiamo vissuto la miseria e la fame. Imparate l’italiano, vi servirà per integravi ma anche per difendervi dai soprusi». Ponti e non muri hanno invocato Davide Burchi, Massimo Cannas e Peppe Loi primi cittadini di Lanusei, Tortolì e Villagrande, dove c’è una nutrita presenza di romeni, e della rappresentante della Caritas suor Veronica. Ospite della giornata il gruppo folk della città di Baia Mare “Doina Chioarului”. Giovanissimi interpreti del folclore romeno che sabato sera si sono esibiti Tortolì per una serata di beneficenza il sui incasso è stato devoluto alla Caritas diocesana, la mattina a Villagrande per la festa nazionale e il pomeriggio a Lanusei per il festival dei culurgionis d’Ogliastra. «Apparteniamo a culture diverse

eppure vicine. Dobbiamo trovare un punto di incontro e credo che questa giornata di festa abbia fornito diversi spunti di riflessione. E questo – è stato il commento di Cristina Tanco, romena d’origine ma tortoliese d’adozione – è il regalo più bello che possiamo fare alle nostre comunità».

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