Immigrate dalla Nigeria finivano sul marciapiede

Sassari, arrestate due donne: facevano prostituire le giovani connazionali

CAGLIARI. Prigioniere nei ghetti dei campi libici per settimane e mesi prima di essere imbarcate per la destinazione finale in Italia. Costrette a sopportare sofferenze disumane, la fame e il freddo, a vivere in pessime condizioni igieniche, oltre le minacce e le violenze dei loro carcerieri.

C’è uno spaccato particolare che riguarda Sassari nell’operazione “Arruga” condotta dai carabinieri della compagnia di Carbonia che ha portato all’esecuzione di sei ordinanze di custodia cautelare in carcere su richiesta della Dda di Cagliari (sono tutti stranieri, un algerino, un tunisino e quattro nigeriani). Un canale che si è sviluppato sulla tratta Nigeria-Libia-Sassari e che permetteva di fare giungere sul territorio nazionale giovani donne nigeriane per essere immesse nel mercato della prostituzione.

A Sassari i carabinieri hanno arrestato una delle due donne - considerate facenti parte di una pericolosa compagine di etnia nigeriana, con carattere transnazionale e dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e allo sfruttamento della prostituzione - che nel periodo preso in esame dalle indagini (dal dicembre 2014 a tutto il 2018) avrebbero promosso e finanziato il trasferimento in Italia di numerosi migranti. Si tratta, in particolare, di Sofia Tony, 32 anni, nigeriana, residente a Sassari, e Tina Bridget Edomwonyi, 36 anni, ufficialmente domiciliata ad Alessandria, ma anche lei più volte presente anche nel territorio Sassarese. Entrambe avrebbero svolto il ruolo di maman, altri due uomini - destinatari di ordine di custodia cautelare - sono ancora ricercati sul territorio nazionale e all’estero.

I compiti erano ben suddivisi, secondo quanto è emerso finora dall’inchiesta: Sofia Tony si occupava di individuare le donne interessate a immigrare clandestinamente in Italia e di finanziare il viaggio. L’organizzazione, anche tramite Williams Obasohan, 30enne nigeriano residente a Castelsardo (sfuggito alla cattura), finanziava la permanenza in Libia dei migranti in attesa della loro partenza mentre Tina Bridget Edomwonyi coordinava l’attività di favoreggiamento e sfruttamento in Italia.

Per favorire l’immigrazione clandestina, i componenti dell’organizzazione criminale si appoggiavano a riferimenti in Libia e in Nigeria, inseriti nel traffico di esseri umani.



Il nominativo ricorrente è quello di una tale Mama Vera (nigeriana non ancora identificata) la quale aveva il compito di individuare in patria le giovani da avviare alla prostituzione e di anticipare il corrispettivo per il viaggio delle ragazze (150.000 naira per migrante versate sul conto del traghettatore, pari a circa 7mila euro) che venivano poi affidate in Libia a un altro connazionale - un certo “Frede” - che sarebbe ancora in fase di identificazione.

Una volta arrivate in Italia e sistemate in un centro di accoglienza in Campania, le giovani donne ricevevano dalle maman nuove schede telefoniche, soldi, documenti d’identità falsi, oltre a un prontuario con i consigli su come allontanarsi dal centro d’accoglienza e prendere il traghetto Civitavecchia – Olbia.

A quel punto le maman davano alle loro protette le istruzioni sulle attività che avrebbero dovuto svolgere per “riscattare” la propria libertà. E pensavano davvero a tutto: una casa dove esercitare la prostituzione, gli abiti “da lavoro”, e poi una serie di consigli su come comportarsi con i clienti. Era previsto anche un “supporto” per le ragazze che non parlavano l’italiano, per le trattative da instaurare con i clienti. Le ragazze venivano controllate dall’organizzazione e costrette a prostituirsi in case “affittate” a Sassari.

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