La regina sarda delle immersioni a caccia di un nuovo record

Mamma e medico dentista, la 42enne di Cagliari sogna di scendere a 85 metri. «Fin da ragazzina desideravo mettermi alla prova. Mi affascinava l’acqua alta» 

CAGLIARI. La mamma con le pinne ha vinto almeno tre sfide: con se stessa, con gli abissi, con un mondo spudoratamente al maschile. «Sì, ma non facciamola troppo lunga. Faccio tutto con grande passione. Senza, smetterei subito».

Chiara Obino, regina delle immersioni, vola, anzi nuota, leggera. «Lascio Cecilia e Camilla a scuola e arrivo. Il primo paziente? Arriva alle 9». Colleziona record, è tra le migliori dieci apneiste al mondo. E ha un obiettivo: «La targhetta degli 85 metri». La signora degli abissi incastra sport, professione, maternità. Più energie utili a sfamare la scimmia che ha dentro: il mare. Un mostro, gelido e buio, che divora tutto e tutti: «Fin da ragazzina desideravo mettermi alla prova. Mi affascinava l’acqua alta». La dottoressa che dà del tu alle profondità marine ha il piglio giusto. Niente pose, né regali alla vacuità. Nel menu, spirito libero, gratitudine, regole. Papà Carlo, medico, osserva da sempre silenzioso. Chiara, sposata con Edmondo, ha due figlie, Cecilia, 9 anni, e Camilla, 7. Per colonna sonora un po’ di tutto, da Baglioni ai Guns N’Roses.

«La musica mi accompagna e mi aiuta. Se l’apnea fosse una canzone? Sarebbe Don’t stop me know dei Queen, inno alla vita e all’entusiasmo». Idee chiare, la vita senza preamboli, né scorciatoie. «Ho sempre adorato il mare, dal nuoto al surf e alla canoa. Ma la prima volta che sono scesa in profondità ho capito che sarebbe stata quella la mia strada. L’apnea non era uno sport codificato, anzi, era prevalentemente maschile. E i grandi profondisti erano pochi. All’inizio è stata dura trovare chi mi portasse in mare». A cercare l’innesco della scintilla che cambia il corso del tempo, si scopre un lento e meditato percorso. Chiara riannoda i fili. «Nel 2003 mi sono iscritta all’Apnea Academy di Umberto Pellizzari. Ho fatto il corso di primo livello e l’anno dopo ero istruttrice. Ho bruciato le tappe e intanto, l’apnea è cresciuta. La visibilità e le attenzioni, pure. Ho capito che mi piaceva. Mi sono comprata muta e pinne di alta apnea e a gennaio 2004 ho fatto la prima uscita. Ricordo condizioni del mare pessime, vento e onde. Sono andata giù comunque. Ho fatto trenta metri. Gli istruttori mi hanno guardato allibiti».

Emergono i ricordi. Tra questi, un grande maestro: «Geo Sechi, mancato di recente, è stato importante per la mia crescita. L’ho conosciuto quando facevo il corso dai fratelli Biavati. In quel periodo ho iniziato le immersioni nel golfo degli Angeli. Scendevo a 42 metri, sul relitto del Romagna, a quattro miglia da Marina Piccola. Poi, sono passata ai 60 delle navi Loredan e Isonzo, affondate nel mare di Torre delle stelle. Sono stata rapida, nel 2006 facevo 70 metri».

Coraggio, silenzio, sfide sono gli ingredienti da shakerare per ottenere Chiara Obino. «La motivazione più forte è sempre stata quella di cercare la profondità, soglie che non faceva nessuno. Per trovare sensazioni ed emozioni. Adesso sono più matura, ho elaborato e, forse, sono un po’ meno spontanea». L'evoluzione è rapida. La donna è tosta, introspettiva e determinata. «Pian piano ho trovato le risposte alle mie esigenze personali. Le cercavo dentro me stessa e il mare me le ha offerte. Per andare sott’acqua così in profondità, o sei completamente scema o sei molto intelligente. Oppure, il tutto è frutto di una riflessione intima. Con la presa di coscienza e l’accettazione dei limiti e delle capacità. Immergermi mi ha aiutato a capire chi ero e dove volessi andare». Il viaggio-non viaggio, la storia che si completa con i record del mondo come bersaglio. E la scelta tra il lavoro e il mare. «Volevo diventare professionista del settore, ma ero già laureata e specializzata. Ho capito che sarei rimasta in studio con i pazienti. Ma decidere non è stato semplice. Ero giovane, nel 2006 sapevo di essere tra le più forti al mondo. Ho pensato, magari se mi allenassi di più. Ho vissuto un intenso dissidio interiore».

Fino a conciliare odontoiatria e mare. Chiara taglia corto: «La vita ha risposto da sola, ma il travaglio non è stato facile. Faccio il dentista, professione che mi piace. Ho una splendida famiglia, sono felicissima e non cambierei la mia vita con quella di un’apneista di professione che gira il mondo. Però, mi alleno e cerco nuove sfide. A breve, saprete quale sarà il tentativo di record». Suspense. Intanto, arriva il flash sul 2015, il momento più duro. «Ho fallito il mio primo tentativo di record del mondo: 86 metri, con la monopinna, nel mare di Cagliari, la mia terra, con la mia squadra. Avevo dedicato tante risorse, era nelle mie possibilità. Ho toppato, ero delusa, volevo mollare. Ma ho riflettuto e anche allora ho capito tante cose».

Lacrime, che portano dalla rabbia alla gioia. «Nel 2016, ho centrato gli 80 metri, record mondiale con due pinne. Una misura mitica, per dire, Pellizzari con gli 80 si è ritirato. L’identikit del buon apneista? Coraggio, energia, consapevolezza. E il sapersi gestire». Bel tema quotidiano, per la dentista-sportiva-mamma. «Funziona con difficoltà e sensi di colpa, comuni a tante donne. A Cecilia e Camilla parlo di volontà, rispetto, lavoro e sacrifici. Sono dalla mia».

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