I vescovi sardi: no alla fabbrica delle armi

La Chiesa si schiera. Nel mirino la Rwm di Domusnovas. Il messaggio sarà letto domani durante la Marcia della pace

CAGLIARI. No al business delle armi, in Sardegna e in tutta Italia; sì alla riconversione di quelle realtà economiche che non rispettano lo spirito della nostra Costituzione e i trattati internazionali; infine, garantire un lavoro dignitoso agli operai attualmente impegnati in queste attività. È quanto si legge nel messaggio che i vescovi sardi leggeranno domani durante la marcia regionale della pace in programma a Villacidro, organizzata dalla Caritas della diocesi di Ales-Terralba in occasione della Giornata mondiale della Pace.

I vescovi sottolineano che tocca soprattutto alla politica, se vuole definirsi «buona», risolvere il problema della presenza in Sardegna di una fabbrica che produce armi «usate per una guerra che ha causato e continua a generare nello Yemen migliaia di morti, per la maggior parte civili inermi. Gli operai che vi lavorano non sono responsabili di questo business tragico, perché devono subire l’inaccettabile per mancanza di alternative giuste e dignitose».

I vescovi sardi esortano non solo i politici di professione, ma tutta la società civile a risolvere il problema della fabbrica Rwm, di proprietà tedesca. Questa azienda – mai citata espressamente nel documento dell’episcopato – negli stabilimenti di Domusnovas realizza ordigni bellici, che vengono utilizzati nei conflitti di tutto il mondo, anche contro i civili.

L’azienda tedesca dà lavoro stabile a poco più di 300 persone, provvidenziale in un territorio, quello del Sulcis-Iglesiente, devastato da un crisi economica lunga 10 anni. «La gravissima situazione economico-sociale – scrivono i vescovi nel messaggio – non può legittimare qualsiasi attività economica e produttiva, senza che se ne valuti responsabilmente la sostenibilità, la dignità e il rispetto dei diritti di ogni persona. In particolare non si può omologare la produzione di beni necessari per la vita con quella che sicuramente genera morte». Per i vescovi sardi «la questione diviene ancor più lacerante, sotto il profilo etico e socio-economico poiché tale produzione avviene in un territorio, il nostro, tra i più poveri del Paese, ancora privo di prospettive per il lavoro».

A un dilemma che tutti sembrano voler scaricare sulla coscienza del singolo lavoratore, i presuli sardi rispondono con le parole del Servo di Dio don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, nella sua “Lettera al fratello che lavora in una fabbrica di armi”: «Non ti esorto perciò, almeno per ora, a quella forte testimonianza profetica di pagare, con la perdita del posto di lavoro, il rifiuto di collaborare alla costruzione di strumenti di morte. Ma ti incoraggio a batterti perché si attui al più presto, e in termini perentori, la conversione dell’industria bellica in impianti civili, produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita. È un progetto che va portato avanti. Da te. Dai sindacati. Da tutti».

Una trasformazione produttiva che, ovviamente, non dipende dagli operai della fabbrica di Domusnovas. Da qui l’appello dei vescovi sardi: «Sentiamo il dovere di dire no a tutto il business delle armi, in Sardegna e nel Paese intero. Chiediamo un serio sforzo per la riconversione di quelle realtà economiche che non rispettano
lo spirito della nostra Costituzione e dei trattati internazionali”. «È compito di tutti – aggiungono i presuli – studiare con serietà, impegno e profondo senso di responsabilità la possibilità di un lavoro dignitoso per gli operai attualmente impegnati in tali attività».



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