Immigrati irregolari, i medici: doveroso curarli

L’Ordine provinciale di Sassari si appella al governo sulla questione clandestini. Il presidente Addis: «Abbiamo un codice deontologico, la salute va garantita»

SASSARI. Un medico non può girare la faccia dall’altra parte e dimenticare il giuramento fatto se la persona che ha bisogno di cure è un delinquente, persino un assassino. Figuriamoci se può farlo quando a richiedere assistenza è un immigrato provo di regolare permesso di soggiorno: il diritto alla salute deve essere garantito senza discriminazioni di alcun genere, tutto il resto è secondario. Concetti scontati per chi svolge la professione medica, una missione che non bada a differenze di tipo religioso, sociale, provenienza o colore della pelle. Ma l’approvazione del decreto Sicurezza e i paletti imposti dal governo giallo verde ha indotto l’Ordine dei medici e Odontoiatri della provincia di Sassari a ribadire questi concetti e insieme il senso della loro professione. L’Ordine, attraverso il presidente Nicola Addis fa un appello per il diritto alle cure e alla tutela della salute per tutti, dunque anche per gli immigrati. Addis precisa subito che da parte dell’Ordine non c’è alcuna volontà di entrare nel merito del dibattito politico sull’argomento con valutazioni sui provvedimenti adottati in materia di immigrazione e accoglienza. Ma sottolinea che quello dell’assistenza agli immigrati è un problema molto attuale che i medici si ritroveranno ad affrontare. Per questo l’Ordine «deve e vuole sottolineare un principio: i medici devono rispettare, oltre alle leggi, le regole del codice deontologico, e secondo tali regole deve essere valutato il loro comportamento». Poi il documento appello va avanti: «Quando si parla di salute, abbiamo già riferimenti chiari e precisi, che sono i principi del codice deontologico e le evidenze della Scienza – come ribadito dal presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) – e il nostro Codice, in questi casi, parla chiaro. Doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera». Nessun distinguo dunque, sottolinea l’Ordine provinciale dei medici: «Sempre, ma ancor più quando si parla di salute, tutti gli uomini sono uguali, senza differenze di colore, provenienza, credo religioso, condizioni economiche e sociali. Anzi, se parliamo di soggetti fragili, il dovere di curare e di tutelare la loro salute è amplificato, elevato all’ennesima potenza». Se dunque il fatto di essere un immigrato irregolare, clandestino nel territorio italiano secondo le leggi in vigore, non può annullare il diritto all’assistenza, la paura di una denuncia può spingere a rinunciare alle cure. Il presidente Addis si sofferma su questo aspetto: «Un medico non può non tener conto che la paura di una denuncia costituisce senz’altro un deterrente alle cure e questo può essere pericoloso per il singolo e, specie nel caso di malattie trasmissibili, per la collettività. E deriva da questo il divieto esplicito ai medici di denuncia nei confronti dei clandestini, con eccezione dei casi «in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con i cittadini italiani».

Ecco perché l’Ordine provinciale dei medici rilancia l’appello del presidente nazionale Filippo Anelli ai ministri Grillo e Salvini: «Metteteci nelle condizioni di poter curare tutti». I medici chiedono indicazioni per poter continuare ad assistere, nel rispetto della legge sulla sicurezza, tutte le persone che si trovano sul territorio italiano, anche se irregolari. «I medici vogliono e devono applicare le leggi dello Stato – spiega Anelli –. Ci appelliamo ai ministri della Salute e dell’Interno perché emanino direttive che chiariscano come contemperare le legittime esigenze
di sicurezza dei cittadini con il dettato costituzionale e del Codice deontologico che ci impongono di curare tutti». Anche perché, trattandosi di soggetti deboli, c’è un altro rischio da escludere perché molto pericoloso: quello legato all’instaurarsi di percorsi di cura clandestini.

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