I genitori di Esperanza accusati di infanticidio

Incastrati dalle intercettazioni: parlavano del delitto della figlia di 18 mesi

CAGLIARI. Sono stati i genitori a uccidere la piccola Esperanza, di un anno e mezzo, e a fare scomparire il suo corpicino, non si sa ancora dove. Ne sono convinti gli investigatori della polizia che l’altra notte hanno arrestato, su ordine della Procura della repubblica e della Dda di Cagliari, i presunti responsabili di un delitto quanto mai orribile: il padre Slavko Seferovic e la madre Dragana Ahimetovic, entrambi di 28 anni, accusati di omicidio aggravato, occultamento di cadavere, simulazione di reato e incendio doloso.

Ad incastrare – «inconfutabilmente», dice la polizia – i due giovani rom sono stati i gravi indizi raccolti nei loro confronti, ma soprattutto le intercettazioni tecniche e ambientali a cui la coppia era stata sottoposta già dai primi momenti di quella che gli stessi genitori volevano far passare inizialmente come una disgrazia e poi come un sequestro di persona.

Gli uomini della terza sezione “Reati contro le persone” della squadra mobile cagliaritana, guidati dal dirigente Davide Carboni, hanno messo assieme – lavorando senza soluzione di continuità nelle indagini avviate già al momento dell’incendio del furgone camper, il 23 dicembre scorso –un quadro probatorio che il pm Guido Pani e il capo della Dda Gilberto Ganassi hanno ritenuto più che valido per chiedere ed emettere il decreto di fermo per i genitori della piccola Esperanza.

Irrilevante, ai fini del provvedimento restrittivo, che il corpicino della bimba non sia stato ancora trovato, c’è infatti la certezza che ad ucciderla siano stati i suoi genitori. Perché lo hanno fatto? Una domanda a cui non può essere ancora data una risposta: padre e madre non ammettono di essere loro gli autori dell’omicidio della quarta dei loro cinque figli (il più grande ha sei anni, il più piccolo invece pochi mesi) e di averne nascosto il corpicino. Durante i numerosi interrogatori a cui sono stati sottoposti da parte degli investigatori, coordinati dal capo della Mobile Marco Basile, si sono preoccupati non tanto della scomparsa della loro piccola, quanto di non finire coinvolti nella vicenda e di non essere accusati della morte della piccola. Un atteggiamento che non ha fatto che accrescere i sospetti nei loro confronti. La giovane coppia è caduta in tante contraddizioni e ha fornito contorni sulla vicenda che i poliziotti hanno smontato pezzo per pezzo, acquisendo nel contempo indizi e testimonianze determinanti nello sviluppo delle indagini. Compreso l’acquisto in un distributore di 2 euro di benzina, versata in una bottiglia, alcune ore prima dell’incendio del furgone camper: liquido che serviva non per far camminare il Daily dato che era un diesel, ma per dare fuoco (come è stato) al veicolo.

Pesa come un macigno l’affermazione che quando è scoppiato il rogo, la piccola Esperanza fosse al suo interno. La Scientifica non ha poi trovato alcuna traccia di resti umani all’interno del Daily bruciato. Al contrario, ci sono diverse testimonianze che la bambina già a fine novembre non era più presente nel nucleo familiare. Lo hanno confermato sia nella comunità rom di appartenenza, e nel cui campo nomadi avevano sostato fino a metà dicembre, che quanti li avevano visti nei luoghi frequentati dalla famiglia per chiedere l’elemosina.

A chi fra i componenti la comunità rom chiedeva dell’assenza della bimba, loro rispondevano che l’avevano affidata a un istituto perché era malata.

Poi, per evitare altre domande imbarazzanti, sono andati via dal campo e trovato altri luoghi di sosta in zone urbane appartate. L’ultima sosta, dove è stata poi messa in atto la sceneggiata della tragedia, il molo sterrato nel villaggio dei pescatori a Giorgino.

«Mia figlia Esperanza è dentro il furgone», aveva urlato Slavko Seferovic ai vigili del fuoco accorsi sul posto e alle pattuglie della polizia. Ma non era vero. Smentito dai rilievi della Scientifica, i giorni seguenti aveva corretto il tiro sostenendo che la piccola era stata sequestrata per ritorsione da una banda di romeni a
cui lui non aveva pagato una partita di hascisc. E neppure questo era vero. Poi alcuni passi falsi che si sono rivelati determinanti. Senza sapere di essere intercettati, i due si sono traditi: parlando fra loro, infatti. hanno praticamente confessato l’uccisione della povera Esperanza.

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