La giunta sfida il governo: i 285 milioni nella manovra

Approvata una variazione di bilancio per inserire i soldi non dovuti allo Stato

CAGLIARI. I 285 milioni che lo Stato deve alla Sardegna dal 2018 sono di sicuro un «credito certo, liquido ed esigibile». Ancora: «Sono reali e quindi possono entrare a far parte del bilancio di quest’anno». È stato questo parere preciso dell’Ufficio legale a dare il via libera alla seconda fase della battaglia in corso fra la Regione e Roma sugli accantonamenti. Che poi sono quei 285 milioni scippati alla Sardegna, l’anno scorso, per essere poi divorati dal solito mostro nazionale: l’enorme debito pubblico italiano. In attesa che lo Stato o paghi di sua iniziativa, oppure sia costretto a farlo da un ufficiale giudiziario, la giunta Pigliaru s’è portata avanti col lavoro ancora una volta. Perché, come ha detto l’assessore al bilancio Raffaele Paci, «nessuno può e potrà fermarci». Anche se ormai mancano solo 18 giorni al voto del 24 febbraio, l’attacco al Governo continua a essere travolgente.

La nuova sfida. Dopo che lo Stato è stato dichiarato «debitore ufficiale della Regione», a scriverlo in una sentenza è stata anche la Corte costituzionale, il passo successivo doveva essere un disegno di legge. Detto fatto. Su proposta dell’assessore Paci i 285 milioni strappati via nel 2018 ventiquatt’ore fa sono entrati far parte di diritto della Finanziaria 2019, quella approvata alla fine dell’anno scorso dal Consiglio regionale. In parole ancora più spicce, la Regione – anche secondo il parere dell’Ufficio legale – molto presto e in modo o nell’altro avrà più soldi in cassa. Perché salvo contromosse dello Stato, quegli «accantonamenti – è scritto nella sentenza della Corte – non erano dovuti e quindi devono essere restituiti alla Sardegna». Poi bisognerà vedere se per averli, come ha minacciato la Giunta, sarà necessario sollecitare al Tribunale civile un’ingiunzione di pagamento, oppure se invece il Governo alla fine sceglierà la strada della conciliazione.

Doppio 285. Nella Finanziaria post rivolta, a questo punto, ci sono ben due sfide lanciate e hanno entrambe lo stesso peso: valgono 285 milioni a testa. I primi sono quelli che anche quest’anno la Giunta si è rifiutata di pagare allo Stato e sempre per lo stesso motivo: «Non sono assolutamente dovuti», come quelli del 2018. E che fin da gennaio fanno parte di un fondo speciale intoccabile, perché il bilancio in corso prima o poi potrebbe essere impugnato dal Governo – lo farà sicuramente – e quindi sono ancora virtuali. I secondi 285 milioni, anche questi da ieri ufficialmente fra le entrate, sono invece proprio quelli che la Corte ha definito una «indebita penalizzazione per la Sardegna», messa in atto da «uno Stato tiranno senza neanche aver tenuto conto dell’insularità e del contesto economico in cui si trova la regione». O ancora meglio: il Governo non poteva e non può continuare a fare quello che vuole nei rapporti finanziari con la Sardegna.

Senza paura. «Oggi – ha detto l’assessore Raffaele Paci – abbiamo formalmente chiuso il cerchio. Abbiamo messo in bilancio anche i 285 milioni del 2018 che la Corte Costituzionale ha detto, senza alcun dubbio, non essere dovuti dalla Sardegna». Per proseguire in crescendo: «Dunque, lo Stato è da oggi e colpevolmente un debitore verso i sardi. Tutto questo, nel silenzio più assoluto da parte del Governo, che continua ancora a far finta di nulla, nonostante lo stesso Governo si fosse impegnato a chiudere la trattativa con noi entro il 31 gennaio». Fino all’affondo finale: «È una situazione assurda, ma andremo avanti per valere le nostre ragioni, e pretenderemo fino all’ultimo la restituzione di quei soldi che sono dei sardi». Anche se i il caso in questione, dato che ormai mancano pochi giorni alle elezioni, rischia di essere lasciato in eredità alla nuova Giunta.

Guerra totale. La resa dei conti è arrivata con il governo Lega-Cinque stelle, ma per la verità è cominciata molto prima. Sin dai tempi in cui, a Palazzo Chigi, c’erano i primi ministri dem Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. È infatti da tempo che la sempre invocata, auspicata «leale collaborazione istituzionale» non esiste più. Sempre per colpa di Roma che, ai tempi del centrosinistra, ha fatto finta di essere disponibile a trattare, ma poi si è dimenticata di fare tutti i passi successivi, interrompendo bruscamente il filo delle comunicazioni. In questi mesi, per dirla con le parole dell’assessore Paci, è esploso invece «uno scontro senza precedenti», perché stavolta è stato il governo Conte a non rispondere a neanche una delle numerose lettere di sollecito
inviate dalla Regione. È rimasto in silenzio anche di fronte alla dura sentenza della Corte costituzionale e quindi «dopo aver atteso invano una risposta o qualche segnale – ha concluso Paci – siamo stati costretti a passare alle vie di fatto». (ua)

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