Addio al carbone la Regione va al Tar

Impugnato il decreto del Governo: «Prima serve il metano»

SASSARI. Dopo le lettere e le richieste di incontro al premier Conte e al ministro Di Maio rimaste senza risposta, la Regione mette da parte la diplomazia e passa alle vie legali. Come per la vicenda accantonamenti, anche sulla questione energetica è guerra aperta con il Governo: la giunta Pigliaru ha impugnato davanti al Tar il decreto del Ministero dell’Ambiente sullo stop al carbone per la produzione di energia termoelettrica entro la fine del 2025. Il motivo: l’isola non ha al momento fonti energetiche alternative e il provvedimento porterebbe alla chiusura delle centrali Grazia Deledda a Portovesme e Fiumesanto a Porto Torres. Niente in contrario alla decarbonizzazione, anzi: la Regione ribadisce la necessità di dismettere l’utilizzo delle fonti fossili. Ma il percorso deve tenere conto di un aspetto cruciale: la Sardegna è l’unica regione italiana priva del metano, per questo priva dell’alternativa indispensabile ad affrontare la fase di transizione. Il presidente Pigliaru ha dato notizia del ricorso a Bruxelles in occasione dell’incontro del Comitato delle regioni.

Il ricorso. Era nell’aria, perché da subito la Regione ha contestato l’accelerata sui tempi stabilita con la determina del dirigente del Ministero dell’Ambiente. La scadenza è troppo vicina, per questo in assenza di una marcia indietro spontanea da parte del Governo, la giunta Pigliaru ha deciso di impugnare «un provvedimento che oltre ad essere illegittimo produrrebbe effetti negativi per la sicurezza del sistema energetico regionale e per l’economia sarda nel suo complesso». La Regione sottolinea l’assenza di investimenti e interventi infrastrutturali alternativi «che costituiscono una conditio sine qua non per rendere concreto lo scenario di uscita completa dal carbone al 2025». Il riferimento è al metano, «sulla realizzazione di una nuova interconnessione elettrica con il resto d’Italia e una capacità di generazione a gas, alimentata da impianti di rigassificazione riforniti da depositi di Gnl». Concetti ribaditi dal governatore Pigliaru a Bruxelles: «Vogliamo che il percorso verso la decarbonizzazione, che condividiamo, non causi danni alle nostre imprese e ai nostri cittadini solo perché non è stata costruita la doverosa alternativa. Nel nostro caso è il metano che, unica regione italiana, non abbiamo, e che ragionevolmente costituisce proprio il mezzo per sostenere questa fase di transizione. La Sardegna non può e non deve essere messa nelle condizioni di subire scelte come questa, calate dall'alto, estranee ad ogni accordo».

Le reazioni. Il più critico è Francesco Desogus, candidato governatore del Movimento 5 stelle. «Il ricorso al Tar della Regione è semplicemente vergognoso. Non solo perché la data contestata dalla Giunta Pigliaru era già stata fissata dal governo Gentiloni, ma perché così la Regione dimostra di non voler perseguire l’obiettivo della decarbonizzazione, altre volte ipocritamente sbandierato. La giunta Pigliaru è anche in malafede perché lo scorso 31 gennaio la Ep, proprietaria della centrale di Fiumesanto, ha infatti presentato pun progetto di riconversione della centrale a carbone con un sistema a biomassa e gas. I privati accettano la sfida del “phase out completo” mentre il centrosinistra inscena una polemica senza senso: l’uscita dal carbone non determinerà nessun rischio per le nostre imprese, perché l’energia sarà evidentemente fornita da altre fonti, compreso un nuovo cavo che collegherà la Sardegna alla Sicilia». La replica non si è fatta attendere. «La malafede è di Desogus – dice l’assessora regionale all’Industria Maria Grazia Piras – che fa finta di non sapere che quel cavo – che costa 2,6 miliardi – esiste solo sulla carta: forse si inizierà a costruirlo dal 202. Noi siamo contrari al carbone ma serve un’alternativa, cioè il metano: eravamo certi, perché questi erano i patti, che l’iter
si sarebbe chiuso nel 2018, così da avere la rete pronta nel 2022. Siamo ancora in tempo, ma il governo deve dare risposte in tempi brevi. Questo dovrebbe fare Desogus – suggerisce l’assessora –: chiamare Di Maio e farsi dire che futuro energetico ha in mente per la Sardegna».



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