’Ndrangheta, sette arresti Il blitz partito da Alghero

Smantellato gruppo criminale veneto: il via alle indagini dal rogo di uno yacht

ALGHERO. Si chiama “Terry” e ha mosso i primi passi da Alghero l’operazione dei carabinieri contro la ’ndrangheta che per la prima volta ha documentato in Veneto l’esistenza di un gruppo criminale a connotazione mafiosa in raccordo con imprenditori locali. Ieri all’alba il blitz dei Ros (alla quale hanno collaborato i militari della compagnia di Alghero) ha portato all’esecuzione di 7 ordini di custodia cautelare e 20 perquisizioni in diverse regioni italiane (interessate le province di Verona, Venezia, Vicenza, Treviso, Ancona, Genova e Crotone).

C’era la famiglia cutrese dei Multari legata alla cosca di Nicolino Grande Aracri e composta dai fratelli Carmine, Fortunato e Domenico (detto “Gheddafi”) e dei figli di quest’ultimo - Antonio e Alberto - dietro le attività criminali scoperte dagli investigatori.

La storia algherese che ha dato una spinta forte alle indagini comincia nel 2015. Carabinieri del Ros e della compagnia di Alghero si sono trovati a indagare su uno strano incendio nel porto catalano. Lo yacht “Terry”, un 25 metri acquistato da un imprenditore in un cantiere nautico di Venezia e valutato circa 7 milioni di euro, viene avvolto dalle fiamme mentre si trova ormeggiato nella base nautica di “Acquatica”. Si scopre che l’acquirente - che ha avuto già problemi seri durante la navigazione fino al porto di Alghero, ha un contenzioso in atto con il titolare del cantiere navale di Quarto d’Altino a Venezia, dove l’imbarcazione è stata acquistata perché presenta gravi vizi strutturali. Il titolare è Francesco Crosera - anche lui tra gli arrestati - che per evitare la perizia dalla quale sarebbero emersi i problemi avrebbe chiesto l’aiuto dei Multari per distruggere lo yacht. Così per due volte - la prima nell’aprile del 2015 e la seconda nel 2017, quando lo yacht era stato trasferito in un cantiere a Bosa - avrebbero tentato di dare fuoco allo yacht. Nel primo caso l’incendio venne spento quasi subito grazie all’intervento di un vigilante in servizio al porto e ai vigili del fuoco che avevano sganciato gli ormeggi per spegnere le fiamme senza che venissero interessate le altre imbarcazioni vicine. In quella occasione - si è scoperto durante le indagini - uno dei due attentatori si era ustionato a un braccio maneggiando la molotov. Nella seconda incursione, invece, i carabinieri - che stavano intercettando i componenti del gruppo criminale - riuscirono a evitare l’incendio facendo improvvisamente sparire lo yacht dalla darsena dove era stato posizionato (a Bosa). Un movimento che aveva scatenato l’ira degli arrestati, costretti a rinunciare all’operazione. Da quel momento, “Terry” è diventato anche il nome della complessa operazione che i carabinieri del Ros hanno sviluppato e che ha consentito di evidenziare, per la prima volta da un punto di vista giudiziario , la presenza in Veneto di un gruppo criminale di origine calabrese, legato da vincoli familiari, radicatosi in quella regione e responsabile di gravi reati, agendo con modalità tipicamente mafiose. Agli arrestati sono al momento contestati i reati di estorsione, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, trasferimento fraudolento di valori, resistenza a pubblico ufficiale, incendio, minaccia, tentata frode processuale, tutti commessi
con modalità mafiose (416 bis). Molte le estorsioni nei confronti di imprenditori veneti accertate dai Ros. Il blitz di ieri mattina è l’epilogo dell’inchiesta andata avanti per quasi due anni e coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Venezia.

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