UNO STOP AL CONSUMO DEL SUOLO

Infatti, le cosiddette aree interne, con le attività primarie più importanti che resistono nonostante tutto, da oltre una settimana stanno occupando la scena regionale e nazionale. C’è un legame tra...

Infatti, le cosiddette aree interne, con le attività primarie più importanti che resistono nonostante tutto, da oltre una settimana stanno occupando la scena regionale e nazionale. C’è un legame tra quel che sta accadendo nelle aree centrali e l’adozione di un sistema di regole condivise? Direi di sì, perché predisporre una legge urbanistica non è un fatto tecnico ma squisitamente politico ed è legato a un’idea di sviluppo futuro. Da qui si dovrebbe partire per elaborare regole generali che possano essere applicate ai diversi territori. Il governo del territorio nei suoi processi istituzionali e normativi non può essere un “fatto” lontano da ciò che sta maturando nei diversi luoghi e da un’idea su come trasformare strutturalmente la società nei suoi diversi settori. In questo contesto, a quali principi fondamentali (generali e specifici) dovrebbe perciò riferirsi l’universo delle regole urbanistiche del prossimo consiglio regionale? Anzitutto, devono servire a ridurre squilibri sociali e territoriali, in termini di mobilità, oltre che di accessibilità alle risorse e alle qualità nei diversi territori.

In secondo luogo, devono invertire il processo di spopolamento delle aree rurali e dei piccoli insediamenti a partire dal mantenimento e rafforzamento di servizi e attività economiche capaci di garantire un'adeguata qualità della vita. In Europa si stanno affermando buoni esempi ai quali ispirarsi, come nel caso delle iniziative che hanno coinvolto alcuni comuni della provincia spagnola di Teruel, sviluppate nell'ambito del progetto Multiservicio Rural. In terzo luogo, devono servire a salvaguardare le aree pregiate sotto il profilo ambientale, attraverso interventi volti a rafforzare la resilienza dei territori e mitigare l'impatto del cambiamento climatico. È di questi giorni la notizia che ci saranno zone costiere della Sardegna destinate a scomparire nell’arco di pochi decenni. Possiamo far finta di nulla e continuare, magari, a costruire vicino al mare, al di là del numero dei metri consentiti? In quarto luogo, devono dare la priorità alla riqualificazione delle aree compromesse: il cosiddetto paradiso sardo di aree inquinate ne ha fin troppe, da Porto Torres a Ottana, fino a Portovesme. In quinto luogo, devono supportare un’organizzazione eco-compatibile delle attività lavorative e socio-culturali presenti nelle città e nei paesi. In Europa ci sono interessanti esperimenti urbanistici che stanno assecondando la logica delle “brevi distanze”. Significa riportare l’attenzione sul patrimonio urbano esistente, favorendone la riqualificazione e il riuso, invece di consentire piani urbanistici espansivi che portano la popolazione fuori dalla cosiddetta città compatta. Dire stop al consumo del territorio non significa mortificare il settore edilizio, bensì orientarlo verso ciò che già c’è. Come un déjà-vu ho ascoltato dichiarazioni su destagionalizzazione del turismo connessa alla crisi del
settore edilizio, ma se vogliamo turisti anche in altre stagioni, bisogna iniziare a guardare la Sardegna di dentro e occuparsene per davvero. Alla luce di queste riflessioni, dei candidati alla presidenza, vi è qualcuno che dichiari esplicitamente: stop al consumo del suolo?



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