Salvini: «Serve concretezza I contestatori? Dieci sfigati»

Folla a Ozieri e a Sassari per il leader della Lega. Oggi la tappa ad Alghero 

SASSARI. Qualche fischio e molti selfie. Si conclude così il secondo giorno della “tirata” isolana di Matteo Salvini, con una ventina di contestatori che il vicepremier, da comiziante smaliziato, usa per scaldare il migliaio di sassaresi arrivati in piazza Tola per la tappa cittadina del “capitano”. «Chi vuole usare i fischietti si prenda dieci migranti e vadano insieme a fischiettare, è facile fare i generosi con i quattrini degli altri». «Se il nuovo che avanza sono quattro figli di papà che gridano fascisti siamo messi proprio bene». E giù applausi e cori «Matteo, Matteo».

Un copione più che rodato, che il leader legista ha declinato nella “infernale” due giorni nel nord dell’isola, che si concluderà questa mattina ad Alghero. Infernale perché, tra un comizio e un pranzo (tutti accompagnati da centinaia di selfie a cui Salvini, con una certa disperazione della scorta, non è assolutamente disposto a rinunciare) il ministro continua a giocare su tutti i tavoli in cui è impegnato. Con i media nazionali che lo tampinano chiedendogli conto del voto on line dei grillini sul “caso Diciotti”, tre o quattro breafing quotidiani da infilare con il ministero, una vertenza latte delicatissima, su cui il vicepremier ha investito molto («li ho messi intorno a un tavolo, ho la testa dura più della loro») da portare assolutamente a casa.

Così anche ieri, con mattinata baciata dal sole (e dalla gente) in piazza Carlo Alberto a Ozieri, solita bottarella all’ex assessore regionale Arru e al suo piano di ripopolamento dell’Isola tramite migranti, poi alla Francia con i 15 terroristi da restituire, all’Europa, che a maggio diventerà senza burocrati, banchieri e barconi, e il rodato passaggio su ospedali da riaprire, strade e ferrovie da sistemare, metano, lavoro, turismo e immigrazione su cui le risposte sono arrivate, perché quest'anno in Sardegna ci sono stati zero sbarchi.

Nemmeno il tempo di gustare un po’ di ricotta e miele, (e di incontrare il direttore della Nuova Sardegna Antonio di Rosa nella redazione di Predda Niedda), che si torna in prefettura, per l’ennesimo vertice con i pastori. Che va avanti fino a oltre le 19. «Stiamo lavorando e continueremo a farlo, conto di essere convincente e fortunato per avvicinare ancora le parti, che partivano da molto distanti e adesso sono più vicine», commenta lasciando il palazzo e beccandosi la prima contestazione al grido di «La Sardegna non si lega» e «Bella ciao».

Niente di grave per il ministro che “salta” la passeggiata a piedi per andare in piazza Tola, monta in macchina e raggiunge il migliaio di sassaresi che lo attendono, compressi dalla biblioteca comunale al monumento.

Lì il discorso, lanciato dall’onnipresente Eugenio Zoffili, commissario della Lega in Sardegna, e da tutti i candidati del collegio. Con un passaggio ad hoc sulla dote di San Nicola, e sul desiderio di aiutare le famiglie («quelle con mamma e papà, non con genitore uno e genitore due»), gli evergreen sulla legittima difesa che diventerà legge, adorato dal popolo leghista nelle piazze, e su legge Fornero da smontare, rottamazione Equitalia, tagli alle tasse per le partite iva e stop con gli studi di settore.

E “l’animale da piazza” che viene fuori nel batti e ribatti con una pattuglia di contestatori: «Sono dieci sfigati, andate a casa a bere latte di pecora, che vi fa bene e crescete meglio. Sono contento che a scuola torni l’ora di educazione civica».

Perfetto per scaldare la storicamente indolente piazza sassarese, e per lanciare il grido di «Matteo Matteo» l’invito a «cambiare le cose con il voto di domenica, e premiare la concretezza, i sì, la gente comune, come voi, che non sparisce il giorno dopo le elezioni e che passo dopo passo, risolve i problemi».

Poi i selfie di rito, un commento sull’arresto
dei genitori di Matteo Renzi («non c’è niente da festeggiare») e la cena alle Querce, con tutti ad aspettare il verdetto M5s. «Non cambia nulla, dormo abbracciando il cuscino io – chiude il vicepremier – c’è chi mi vuole processare e chi mi darebbe la medaglia. Scegliete voi».

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