L’assassino di Michela: la mia vita spiega il delitto

Tilloca, ex marito della vittima, scrive dal carcere: «Distorta la mia immagine»

SASSARI. Non fa mai il nome di Michela, non mostra il minimo segno di pentimento per quello che ha fatto, non parla dei suoi figli diventati orfani di madre e di padre da un giorno all’altro. Così piccoli e già messi a dura prova, costretti a cambiare vita, a fare le valigie e a lasciare la loro terra per provare ad asciugare le lacrime e a ricominciare.

Marcello Tilloca, scrive una lettera dalla cella del carcere di Bancali, indirizzata alla Nuova Sardegna, per parlare solo di se stesso. Per attaccare giornalisti e magistrati che non avrebbero compreso le ragioni del suo gesto. Ossia l’aver strangolato e ucciso, il giorno prima della vigilia di Natale, la compagna di una vita e madre dei suoi figli.

Parole agghiaccianti per dire che la stampa avrebbe fornito, secondo lui, «un’immagine completamente distorta» della sua persona. Addirittura sarebbe colpa di un’informazione «deviata» se oggi Tilloca appare ai più come «un uomo-animale, non evoluto, che merita solo la gabbia». Una pagina scritta interamente in stampatello maiuscolo nella quale si avventura nell’assurdo tentativo di autodifendersi. «Giungere a un gesto simile (cioè a uccidere sua moglie ndc) – arriva a scrivere nella parte conclusiva della missiva – può non essere compreso nell’opinione (pubblica ndc) viziata da una cattiva informazione, ma in verità può essere compreso setacciando con criterio all’interno della mia vita». Come se le ragioni di un omicidio possano in qualche modo suscitare o meritare comprensione. E a suo dire la magistratura «sta mancando in tutto questo nei miei confronti».

Trentatré righe nelle quali ci si sarebbe aspettati di percepire l’unico sentimento concepibile: il rimorso. Ma il rimorso non c’è. «Se da una parte comprendo il vostro ruolo e l’efficacia dell’effetto pompaggio – scrive a un certo punto provando quasi a immedesimarsi nel lavoro del giornalista – dall’altra non riesco a comprendere da quali fonti abbiate attinto fandonie, se pur non tutte, come quelle che ho potuto leggere. Sappiate che se mi trovassi in un altro luogo avrei scelto di difendermi da solo».

Le “fandonie” di cui parla Tilloca sarebbero le cronache di un omicidio che lui ha commesso e che ha anche confessato? O sarebbero forse i numerosi articoli che hanno dato conto dello sgomento di un’intera comunità, del dolore lacerante di due bambini e della loro famiglia? La stampa non ha fatto altro che raccontare ciò che succedeva giorno dopo giorno. Compreso il momento in cui la tragedia di Michela è diventato un caso nazionale. Perché a un certo punto la città di Alghero ha scelto di adottare i figli di Michela e, con il sindaco Mario Bruno in prima fila, ha creato l’adozione di cittadinanza. Un fondo di solidarietà che garantirà un futuro dignitoso ai due bambini che oggi vivono a Genova con la loro nonna. Primo esempio in Italia. Per questo motivo, giustamente, Alghero ha richiamato l’attenzione dei media nazionali. Queste non sono “fandonie”. Sono fatti molto concreti.

Fa rabbrividire il pensiero che un uomo che si è macchiato di un crimine così grave non abbia provato a chiedere perdono a Michela e ai suoi figli. Non abbia tentato di dire ai bambini che li ama più della sua stessa vita e che non potrà mai perdonare se stesso per aver dato loro questo dolore. Nulla di tutto ciò.

Non parla del bellissimo sorriso di Michela Fiori che lui ha consapevolmente e arbitrariamente deciso di spegnere per sempre. Non chiede scusa alla mamma di Michela, al fratello Luca, agli zii.

D’altronde come potrebbe farlo dal momento che si considera lui «vittima di uno Stato per nulla ambasciatore dei diritti che come i miei – scrive – vengono lesi ancor oggi». Questo perché, nella sua
mente distorta, il fatto di aver confessato l’omicidio dell’ex moglie – che definisce «un gesto di autoresponsabilità, se pur non condivisibile» – avrebbe forse dovuto fornirgli qualche garanzia in più. Ma l’unica garanzia possibile è il carcere.

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