Ha ucciso la moglie Michela e non è pentito, la psicologa: «È convinto di essere la vittima»

Le impressioni dell’esperta sulle parole che l’omicida ha scritto dal carcere per giustificarsi

SASSARI. Non è stato troppo complicato, nonostante non sia certo facile interpretare le parole di un assassino e leggere tra le righe di una lettera che gela il sangue. Maura Manca, psicologa e psicoterapeuta, ha esaminato un testo in cui l’autore non mostra il minimo segno di pentimento, non nomina mai la sua ex moglie e tanto meno trova lo spazio per dedicare un pensiero ai figli che, di fatto, ha reso orfani due giorni prima di Natale. Quando le altre famiglie programmavano veglioni e scambi di regali, Marcello Tilloca si apprestava a uccidere la moglie, Michela Fiori, e madre dei suoi figli. Poi, dopo un silenzio di due mesi in cui si pensava che Tilloca avesse iniziato il complicato cammino del pentimento.

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Eppure, la una lettera che ha indirizzato alla Nuova Sardegna sembra dimostrare l’esatto contrario: «Parla in termini generali, non si rende conto di quello che ha fatto e soprattutto sembra non capire quanto sia grave il risultato del suo comportamento – spiega Maura Manca – . Tilloca, poi, non si riconosce negli altri femminicidi, le cui cronache evidentemente ha seguito molto bene prima di agire. E questo aspetto ci dovrebbe far riflettere perché rappresenta l’altro lato della medaglia. Può capitare, infatti, che l’eccessiva esposizione mediatica ottenga l’effetto opposto a quello che si aspetterebbe qualsiasi addetto ai lavori».

La psicologa, poi, si sofferma sul passaggio in cui Tilloca sembra spiegare le ragioni del suo gesto: «Usa la confessione che ha reso subito dopo l’assassinio per giustificare le sue azioni ma poi spiega che se ha ucciso la moglie è perché aveva i suoi buoni motivi – aggiunge Manca –. A questo punto credo che lo definisca un gesto giusto e mi sembra difficile che sia stato il frutto di un raptus. Tilloca descrive un problema consolidato, il che significa che la sua idea era radicalizzata da tempo. Crede di essere la vittima sottoposta a qualche tipo di privazione ma non si rende conto di quello che ha fatto alla moglie e ai figli. Sembra che si sentisse costretto ad agire in quel modo e usa quelli che in gergo tecnico vengono definiti “meccanismi di disimpegno morale”, al punto di escludere i figli dalla vicenda. Infatti sceglie di non parlarne e non viene nemmeno sfiorato dall’idea che possa avergli rovinato la vita. Inoltre non si preoccupa di quanto possa essere difficile, per loro, comprendere o perlomeno provare a comprendere il comportamento del padre».

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Tilloca non ha agito con la convinzione di difendere i figli, anzi: «È come se avesse racchiuso il problema nella moglie, annullando i suoi figli – spiega la psicologa –. Quello che ha fatto non lo fatto per tutelare i bambini, non c’è alcuna emotività nei loro confronti. Per lui l’unica cosa realmente importante era se stesso. Ora, poi, cerca comprensione strumentalizzando la sua storia ma in realtà aveva altri focus e sembra evidente che non avesse sviluppato in alcun modo il senso della famiglia». Un altro dettaglio che è saltato all’occhio dell’esperta è la netta discrepanza tra l’uso di alcuni termini tecnici e la capacità di costruzione delle frasi: «Da come scrive non credo che si tratti di un soggetto scolarizzato, tuttavia usa spesso termini che evidentemente ha imparato mentre si informava sui casi che attiravano il suo interesse, come gli altri femminicidi che infatti cita nella lettera, ma da cui si dissocia».

Ma nella vicenda di Marcello Tilloca Michela Fiori c’è un altro aspetto che preoccupa in particolar modo Maura Manca, e non certo una questione di interesse secondario: «Dalle parole che Tilloca ha usato nella sua lettera appare evidente la radicalizzazione delle sue convinzioni ma nonostante questo ha potuto agire praticamente indisturbato. Questo significa che il sistema di protezione è fallato perché manca la capacità di individuare e proteggere le persone più deboli. In sostanza manca chi dovrebbe tutelarle a 360 gradi, lavorando per limitare ogni genere di rischio. Ed è chiaro che non si possono delegare queste azioni ai centri antiviolenza, serve altro», conclude Maura Manca.


 

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